Willis Earl Beal – Nobody Knows.

Willis Earl Beal - Nobody Knows
Goodbye Lo-Fi

 

Voto: 8/10

 

La strana storia di Willis Earl Beal è ormai un cult nel circuito indie dell’internet, noi ve l’avevamo già raccontata qui e non ci torneremo su, anche perché in questi casi si rischia sempre di tralasciare l’aspetto musicale in favore di qualche aneddoto da riportare. Ciò sarebbe un torto imperdonabile per Nobody Knows., il seguito forse più atteso dell’anno.

Dopo la pubblicazione dell’album d’esordio Acousmatic Sorcery, il nostro eroe ha fatto i bagagli e si è trasferito a New York City – città in cui ha composto la maggior parte delle canzoni che fanno parte di questo LP – salvo poi muoversi alla volta di Amsterdam dove, tra un morso di torta simpatica e qualche sigaretta con tabacco impoverito – ha registrato più di metà del materiale, con la collaborazione di Rodaidh McDonald della XL Recordings.

La curiosità maggiore era legata a quale approccio avrebbe intrapreso Beal, una volta assodato il fatto che ripetere totalmente l’esperienza amatoriale, istintiva ed in un certo senso dilettantesca del primo album sarebbe stato impossibile se non addirittura dannoso. Quindi, come si comporterà: sarà ancora lo-fi o si piegherà alle lusinghe del pop ricercato ed orecchiabile? Avrà ancora quella rabbia che gli viene dalla fame o comincerà a sentirsi sazio? Accetterà il ruolo di nuovo Tom Waits nero o giocherà ancora a fare l’eterno outsider? La risposta a tutte queste domande sta nei 57 minuti di Nobody Knows. e, per fortuna, non è una risposta affatto definitiva.

WillisEarlBeal

La traccia iniziale, Wavering Lines, è in realtà una canzone vecchia di almeno due anni, di cui c’è anche un video con una performance di un Beal particolarmente ispirato in una desolata strada di Chicago. La differenza, qui, è che l’atmosfera da grezza diventa sensibilmente più curata, cosa che rende l’interpretazione vocale vellutata e composta per tutti i due minuti e mezzo in cui il nostro eroe canta a cappella, prima che il ronzìo del violino e il battito di un violoncello basso entrino in scena in punta di piedi: è la prima testimonianza di un lavoro di post produzione degno di tale nome. L’esperienza live in giro per il mondo deve aver avuto parecchia influenza sulla stesura di questo album, non per l’ultimo il fatto di aver aperto i concerti per la cantante Cat Power, già ritratta sulla copertina di Acousmatic Sorcery, ed ora ospite nel brano Coming Through, un allegro gospel confessionale con un’anima r’n’b dove Beal veste i panni di un predicatore che ti insegna a vivere gioiosamente, salvo poi lasciarti con un “don’t worry about it baby, it’s gonna be alright” che detta a modo suo sa più di oscuro presagio che di messaggio speranzoso. Il lavoro in studio c’è e si vede, gli esordi registrati sul karaoke sembrano lontani anni luce, e Burning Bridges è con molta facilità la migliore cosa che Beal abbia mai prodotto fino ad ora; curatissima – con un sound piuttosto attuale che strizza l’occhio ai migliori Alt-J – avanza tremolante e brucia lentamente, mentre una voce molto Muddy Waters, mai così matura e consapevole, varia tutti i registri possibili per sconvolgere lo stato d’animo di chi ascolta.

Nobody Knows. è però un album dalle tante anime, pieno di domande e di frustrazione per le risposte ma anche più frustrazione verso chi quelle domande proprio non se le pone; perciò, a dispetto della maggiore attenzione profusa nella sua lavorazione, mantiene la rabbia, la disillusione, la confusione e la sregolatezza del suo predecessore. Ci fa commuovere ritrovare Willis Earl Beal che sputa sentenze a nastro nel blues sincopato di Too Dry To Cry, che viene sostenuto da una ritmica rudimentale e che, nonostante il suo distorto mormorìo gospel, testo alla mano non è certamente roba da chiesa; ancor di più ci piace quando tocca il fondo esattamente a metà album, in What’s The Deal?, dove il cantante si reincarna in Jay Screamin’ Hawkins e ci manda a fare in culo tutti quanti, con un contorno di synth ed una campana che pare suonare a morte, dove a morire è la fiducia che Beal ha nel genere umano, o almeno così vuole farci credere.

Perché poi la nostra antistar preferita in fin dei conti è ancora capace di buoni sentimenti e quando è gentile, come in Everything Unwinds, risulta disarmante e devastante. A questo punto si sarà già capito che la musica di quest’album è più varia ed ampia rispetto al passato, cosa che probabilmente è dovuta alle risorse migliori di cui dispone. Le canzoni di Nobody Knows. rispecchiano l’attuale mood confuso del loro compositore e devono molto al blues vecchio stile come nella splendida Hole In The Roof; White Noise – un’incalzante canzone d’amore acustica – viene direttamente dal cuore dell’anima di Beal e si ispira alle ballate indie malinconiche ed intimiste, ma diventa poi il polo opposto di Ain’t Got No Love, coraggioso e aggressivo acid blues.

Eterogeneo ed elaborato, questo lavoro replica in molte delle sue parti stati psicofisici che vanno dall’esaurimento nervoso, alla frenesia sessuale, e ancora ad altri stati di accresciuta consapevolezza, ma ecco il punto: anche sul lettino dell’analista, Willis Earl Beal è un seduttore nato, e parte del suo compito è prendere l’ascoltatore e rinchiuderlo in qualche posto oscuro e fastidioso, guardarlo negli occhi, far tintinnare le chiavi e poi andarsene via sorridendo, lasciandolo lì da solo. Uno stronzo, che piacerà alle persone interessate al blues più come concetto teatrale che come genere musicale.

willis_earl_beal-large
Vi sputo in da la fazza. E rido

La risposta alla domanda iniziale, dunque, non può essere definitiva. Nobody Knows. è al contempo l’abbandono del lo-fi in senso stretto e l’ingresso nel mondo della musica convenzionale, ma mantiene tutte quelle caratteristiche che Beal ci ha sputato in faccia fin dall’esordio, con immutata forza ma diversa mira: se prima ci colpiva alto, ora ci colpisce basso. Un disco di pancia allora, più un secondo debutto che un vero e prioprio sophomore.

L’ex senzatetto di Chicago, però, non ha mollato il colpo ed in questo album ci comunica la disperazione nell’accezione più pura del termine, attraverso un grandioso manifesto antimoderno che non a caso termina con le ultime parole di The Flow: “I am nothing, nothing is everything”. La società commerciale, internet e tutto il mondo là fuori ci portano continuamente a pensare ad altro che non sia noi stessi. Beal rigetta l’idea di questa società, ci porta nel mezzo di una foresta e ci lascia soli coi nostri pensieri, per riprendere possesso delle nostre vite.

Cazzo, Willis Earl Beal è diventato una cosa seria.