Welcome to hindie-rock: Elephant Stone

In questi ultimi anni chi di noi non si è imbattuto almeno una volta alla settimana in una nuova band psych dall’aspetto un po’ retro che fa del vintage e del revivalismo il suo biglietto da visita? Dai regaz, è pieno zeppo di artisti di questo calibro, dai Tame Impala in giù. Per alcuni anche troppo, ché poi alla lunga la qualità ne risente. Dunque, cosa mai ci sarà di nuovo da dire in questo sovraffollatissimo ambito? Be’, mister Rishi Dhir due paroline in proposito le avrebbe. Nella mia mente annebbiata e poco lucida del post weekend mi piace immaginare che mi sia comparso in sogno dalla terra dei Veda per dirmi di scrivere assolutamente qualcosa sui suoi Elephant Stone e cercare, dopo anni, di farli conoscere anche qui, nella provincia del mondo musicale.

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C’era una volta in Canada una formazione chiamata The High Dials che suonava folk-pop psichedelico. Siamo a Montréal e se avete mai anche solo sentito nominare gli Arcade Fire capirete facilmente quale aria tiri da quelle parti – anche se piano piano si è creata una new wave alternativa di tutto rispetto, tra cui ci sono anche i nostri beniamini Suuns. Rishi Dhir, canadese di origini indiane, faceva parte di quell’onda già quando stava negli High Dials; poi ha deciso di lasciare la band per esplorare la musica classica indiana, in particolare quella indostana del nord del Paese. Il tizio non è proprio l’ultimo arrivato. Suona il basso ok ma soprattutto è un virtuoso del sitar e negli anni ha accompagnato live gente come Beck, Brian Jonestown Massacre, Horrors e Black Angels (con questi ultimi è stato in tour per un anno intero).

La sua educazione musicale era cominciata da giovanissimo col pop-rock dei 60’s – Beatles, Who e Byrds – poi da teenager scopre Nirvana, Blur, My Bloody Valentine e tutta quella storia lì. Crescendo torna ai Sessanta dei Creation, dei Kinks e della roba della Motown, si infatua dei Jam fino ad arrivare ad Elliot Smith e Ananda Shankar, chiudendo così un cerchio immaginario. Nel momento in cui uscito dai Dials vuole dar vita ad una nuova formazione, nel giro di qualche anno raccoglie attorno a sé Jean-Gabriel Lambert alla chitarra e tastiere, Miles Dupire alla batteria e diversi turnisti come Shawn Mativetsky (tabla), Pt. Vinay Bhide (canto hindu) e Monica Günter (viola). Infine si ricorda del titolo di un brano degli Stone Roses del 1988 ed ecco gli Elephant Stone belli come il sole e pronti a spaccare nel nome dell’hindie-rock.

Quello che differenzia gli Elephant Stone dal resto del panorama psych-pop è l’uso di strumenti tipici della musica tradizionale indiana come sitar, tabla e dilruba che uniti ai riferimenti sopracitati ed al ritrovato interesse da parte di Dhir per sue le radici – Ravi Shankar e la Bollywood musicale – fanno sì che quel termine a metà tra lo scherzo ed il serio acquisisca un reale significato. Il nostro racconto si focalizza nel 2009 quando tutte queste coordinate convergono nel debutto pubblicato il 2 giugno per la Parade Records ed intitolato The Seven Seas. È un buon album, per comporre il quale Dhir vola in India alla ricerca delle sue origini.

Il tema, inevitabilmente, è quello del viaggio e del vagabondare, e mischia senza apparente difficoltà l’anima pop-solare di brani come Bomb Bomb Away, How Long, I’m Blind e Blood From A Stone al rock psichedelico in salsa raga di pezzi come la title-track, la trippy strumentale The Straight Line, A Morning Song – che ha più di qualcosa di Rain dei Beatles nella parte di basso – e la conclusiva e notevole Don’t You Know. Una prima prova piena di messaggi di pace, speranza ed amore che a fine anno varrà loro la nomination al Polaris Music Prize oltre che il plauso e l’attenzione di gran parte della critica musicale nordamericana e non solo. L’anno successivo, l’EP The Glass Box non fa altro che estendere il concetto virando su territori ancora più dreamy e facendo in tempo a snocciolare una manciata di perle come Strangers, Lies, Lies, Lies e Dhun.

Photo Credit Bowen Stead & Daniel Barkley 3

Occorre aspettare il 2013 per avere l’anno della definitiva svolta. Gli Elephant Stone tornano a far parlare di sé rilasciando l’omonimo sophomore attraverso la Reverberation Appreciation Society. Alla produzione torna l’amico Jace Lasek, il marchio di fabbrica pop si consolida unendosi alla retro-elettronica, all’indostana classica ed alla psichedelia mentre una rinnovata e ancora più forte influenza sui dieci brani dell’album è data dal sound Madchester e da Elliot Smith. Da una parte, pezzi come l’iniziale Setting Sun – che nel cantato ha molto dei Black Angels – come Masters Of War o ancora Hold Onto Yr Soul ripropongono lo psych-pop del debutto ma con una chiarezza e pulizia sonora finora sconosciuta e concorrono a dare una rappresentazione ancora più chiara di quello che sono gli Elephant Stone.

Dall’altra, fatta eccezione per Heavy Moon in cui ritorna il tema dell’indiano errante, A Silent Moment è la prima vera canzone dove si avverte fortissima l’influenza dell’hindustani sound. Posta non a caso a metà disco, sono 5 minuti che cambiano tutto trascendendo ogni cosa composta fino ad allora, sia nel cantato (per metà in inglese per metà in hindi) sia nella fluidità con cui strutture musicali apparentemente inconciliabili si fondono con una naturalezza mai vista prima. Altrove il gruppo canadese si apre alla scena contemporanea di Tame Impala e Temples nella splendida Looking Thru Baby Blue, nella conclusiva Sacre Sound ed in The Sea Of Your Mind, jam di oltre 8 minuti dove sitar, chitarre e percussioni si compenetrano alla perfezione definendo questo come il lavoro in cui per loro cambia tutto. In quell’anno da progetto Dhir-centrico gli Elephant Stone diventano una touring band a tutti gli effetti, tra le altre cose partecipando all’Austin Psych Fest, supportando i Black Angels e gli Horrors – con questi ultimi entrano in studio per registrare una manciata di demo che chissà se vedrà mai la luce – e partendo loro stessi per un tour lungo un anno.

Poi, come successe ai loro numi tutelari Beatles nel 1966, anche gli Elephant Stone sentono la necessità di interrompere l’attività live per chiudersi due mesi in sala di registrazione e sostanzialmente cercare di migliorare se stessi ed oltrepassare i propri limiti, di nuovo. Danno vita a The Three Poisons, il loro studio-album della consacrazione, che esce nella primavera dell’anno scorso via Hidden Pony. Co-prodotto dalla band e da Peter Edward e masterizzato da Sonic Boom, vede aggiungersi alla band Stephen ‘Le Venk’ Venkatarangam ai synth ed al secondo basso, ed allarga ulteriormente il ventaglio dei riferimenti ai quali i canadesi possono attingere, dando lo stesso peso al british-pysch ed al pop, dichiarando questa volta apertamente il debito verso gli Stone Roses. Fondamentalmente, Three Poisons combina il cantato alla Lennon di Dhir, col droning-sitar che la psichedelia degli amiz Black Angels ha fatto propria, al groove di Happy Mondays e Primal Scream – il singolo Knock You From Yr Mountain è Screamadelica – il tutto attraversato da una nuova vena soul portata da Malika Tirolien che oltre al brano sopracitato presta la sua grande voce anche in All Is Burning.

Detto ancora una volta di come le più o meno volontarie citazioni ai Temples si facciano più numerose, si ascolti a tal proposito Between The Lines, la cosa da notare è che se è vero che l’anima delle canzoni degli Elephant Stone è ineluttabilmente ‘poppy’, loro riescono ad arrangiarle in modo da poter incorporare aspetti di drone music e groovy altrimenti inaccessibili. Il tono generale è assai più dark che nei precedenti dischi, soprattutto nei testi che parlano di meditazioni oscure sull’abuso di potere, come in Knock You From Yr Mountain – politica, senza essere mai aggressiva – e nella title-track, uno dei vertici assoluti non solo dell’album ma di tutta la loro composizione musicale. La band di The Three Poisons è consapevole come non mai dei propri mezzi, può scrivere un brano tra l’altro ottimo come Child Of Nature (Om Namah Shivaya) lasciandosi ispirare dal libro tibetano dei morti, così come omaggiare i Byrds in Wayward Son con assoluta calma e senza soluzione di continuità. Qui il salto di qualità è stato fatto dalla sezione ritmica che pur girando come sempre attorno al guru Dhir aumenta il proprio spessore incorporando anche derivazioni funk (Echo & The Machine). Un lavoro maturo, insieme spirituale e terreno, un antidoto senza tempo a rabbia, attaccamento e avidità, ossia ai tre veleni che intossicano la nostra vita.

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Gli Elephant Stone a dispetto del loro nome si sono sempre mossi piuttosto velocemente e continuano a farlo. Un mese fa è uscito una specie di EP intitolato ES3PRMX contente remix di alcuni brani del loro ultimo album, più un inedito. Le nuove versioni sono state curate, tra gli altri, da Anton Newcombe dei BJM, da Tom Furse degli Horrors, da Alex Maas dei Black Angels e da Peter Holmstrom dei Dandy Warhols, così tanto per far capire quale credito si sia guadagnata la band di Rishi Dhir durante questi anni. In un ottica futura hanno anche già affermato di voler lavorare con un produttore non più amico, ma uno che venga da fuori e che sappia dare un contributo maggiore alle loro composizioni. Questa voglia di cimentarsi con nuovi stimoli e di migliorarsi continuamente è uno dei fattori per cui, alla fine, è valsa la pena eccome raccontare la storia di questo gruppo di Montréal.

Personalmente posso anche arrivare a capire chi guarda storta questa retromania imperante, ma di certe opinioni superficiali e di certi atteggiamenti di sufficienza me ne sbatto abbastanza. Io amo questo spirito, lo avrete già capito, soprattutto amo l’attitudine di chi come gli Elephant Stone non è schiavo del citazionismo ma lo piega alle proprie esigenze ed addirittura riesce a creare qualcosa di nuovo, un punto di convergenza tra gli anni della psichedelia migliore, quelli d’oro del pop-rock e la musica classica indiana (raga o industana che sia). Quindi benvenuti nell’hindie-rock dove il sitar e la chitarra, la batteria ed il tabla, l’inglese e l’hindi hanno la stessa dignità di esistere e la parola d’ordine è e sempre sarà Om Shanti: pace nella mente, nella parola e nel corpo.