Their satanic majesties: Goat

Quando i Goat sono esplosi nel 2012 io probabilmente stavo dormendo. In realtà mi ricordo di loro e di aver ascoltato qualche pezzo qua e là, ma colpevolmente non ho dato alla band svedese la giusta attenzione che avrebbe meritato. Ora, dopo solo quattro anni e un blog in più, cerco di rimediare con la velocità che mi è propria e di far conoscere – a quei pochi che ancora ne sono all’oscuro – la musica ma soprattutto la storia del collettivo che agisce in nome della Capra.

I Goat affermano di venire da Korpilombolo, nella contea di Norbotten, Svezia del nord. Almeno, di questo paesino di poco più di 500 abitanti sono originari i tre componenti base, i quali dopo essersi trasferiti a Göteborg sono stati raggiunti da altri quattro che li accompagnano nei live. In realtà tutti i discorsi attorno al gruppo non possono che essere vaghi e lacunosi. A parte Christian Johansson, che fa in minima parte da portavoce, sulle identità e sul numero degli altri vige il più stretto riserbo e tutto è avvolto da un mistero nebulosissimo, tant’è vero che durante i concerti si esibiscono indossando maschere e costumi tradizionali proprio per celare i volti e mantenere intatta la privacy.

Quello su cui, invece, non si sono risparmiati è stata la storia che aleggia attorno al loro paesello di origine. Pare che abbia una lunga tradizione di rituali voodoo iniziata secoli fa, quando una specie di stregone/sciamano si trasferì là per vivere. Dato che i riti pagani non vanno molto d’accordo col cristianesimo, quando la Chiesa scoprì cosa stava succedendo a Korpilombolo mandò dei simil crociati ad attaccare e distruggere il villaggio, così da non lasciare traccia di tali empietà. Mentre stavano ancora scappando da una masnada di cattolici invasati, gli abitanti ebbero però il tempo di lanciare sulla città una maledizione che dura tutt’oggi e che in qualche modo ha ispirato la musica suonata da generazioni di persone che, a turno, hanno formato le radici da cui sono nati gli attuali Goat.

Questa storia è troppo bella e su misura per essere vera, probabilmente è una mitologia inventata a metà per dare fascino al tutto. Sta di fatto che esiste una certa ritualità alla base della band, i cui componenti iniziano a suonare insieme fin dall’infanzia (dai 5 ai 10 anni) come parte di una tradizione locale comune. Anzi, Johansson ha affermato che negli ultimi 30-40 anni ci siano state diverse incarnazioni dei Goat: i vecchi suonavano musica molto ritmica e piena di percussioni cantando in una antica lingua svedese. Giravano il mondo lasciandosi influenzare dalle varie mode del tempo (non per ultima la progressive svedese anni ’70), così come il gruppo attuale è stato influenzato dal punk e dal black metal scandinavo. Questa attitudine si ritrova effettivamente nella loro musica, che spazia dalla psichedelia all’afrobeat, dall’acid rock al folk, solo per dare i riferimenti cardinali. Si riconoscono facilmente rimandi a Fela Kuti, ai Funkadelic di Maggot Brain, al jazz, al kraut dei Can ma anche ai Beach Boys (!) e agli immancabili Spacemen 3. E insomma, se quando si è trattato di dar vita al primo album lo hanno chiamato World Music un motivo ci sarà.

È la Rocket Recordings ad averli scoperti – grazie ad una manciata di video caricati su Youtube da amici – e ad aver chiesto loro di registrare del materiale. Fino ad allora, in effetti, non avevano mai suonato canzoni ma letteralmente ‘fatto musica’, mediante un processo puramente istintivo. Quindi pubblicano un 7” (Goatman/The Sun The Moon) riversato poi su cassetta, mentre il 20 agosto 2012 esce World Music. Registrato nel loro studio Parkeringshuset, è un vero e proprio manifesto del panculturalismo musicale e poliritmico che li contraddistingue. Fin dall’iniziale Diarabi – cover dell’originale canzone maliana cantata fra gli altri da Boubacar Traore – passando dalla clamorosa jam Goatman e da Goathead, è evidente l’incrocio fondamentale tra psichedelia e tribalismo, in cui le pulsioni animalesche e acide della seconda trovano ovvia prosecuzione nelle chitarre strazianti e nell’acustica naturalistica dell’ultima.

Ma forte è soprattutto la componente afrobeat, sostenuta da una strumentazione che comprende percussioni folk tribali, tablas, bassi sempre fuzzati, sax e organo. Disco Fever e Golden Dawn sono esemplari del loro modo di comporre gioiosi rituali tra ritmi sincopati e acid rock, così come sanno magistralmente dar vita a funk (Let It Bleed) dall’anima riverberata e satura. C’è molto di kraut nelle strutture ripetitive e trance. A voler trovare un difetto, questo sta proprio nelle reiterazioni continue che alla lunga soffrono i pochi cambi di ritmo. Ma se un pezzo come Run To Your Mama – derivato da una vecchia filastrocca – fosse stato affidato a musicisti più navigati avrebbe trasceso quel vago rimando bhangra, e catchy com’è sarebbe diventano facilmente un singolone assoluto, per dire della stoffa che possono vantare. Ma con i Goat va così, la loro prima prova deve essere puro istinto ancestrale, mistico e trascendente: un eterno ritorno del tutto, stigmatizzato col finale di Det Som Aldrig Förändras che si chiude a cerchio con Diarabi.

Swedish band Goat at the Roundhouse

A questo punto della storia inevitabilmente parte il momento ‘tour estenuante’ e qui non facciamo eccezioni. Dopo il disco, nel 2013 si imbarcano per una serie di concerti negli USA, suonano a Glastonbury e fanno parte dell’ All Tomorrow’s Parties. Nei live le canzoni mutano ulteriormente, vuoi perché è nella loro natura quella di procedere per jam mistiche, vuoi perché senza briglie la loro fantasia riesce a spaziare maggiormente tra i generi e le loro improvvisazioni prendono vita spontaneamente. Cercano di creare una sorta di rituale col pubblico. Il fatto di essere mascherati trasmette l’idea di una connessione tra loro e chi ascolta non come tra individui ma unicamente attraverso la musica. Insomma, siamo di fronte ad un sabba tra il demoniaco ed il laico, in cui si fa raccolta di anime per elevarle ad uno stato superiore di consapevolezza dello spirito. Ma tutto ciò, l’album i tour il mistero, non cambia la loro vita nemmeno di una virgola; rimangono gli stessi squattrinati di prima ed a questo punto il mondo là fuori bussa per averne ancora.

Commune esce il 23 settembre 2014 (su RR e anche via Sub Pop) e deve il suo nome alla comune di Korpilombolo in cui i tre core members vivevano agli inizi. Un LP sulla celebrazione dell’aggregazione e, appunto, della comunità. Più oscuro del precedente, sacrifica i momenti afrobeat per espandere lo spettro sonoro verso oriente – la conclusiva Gathering Of Ancient Tribes al di là dell’acronimo è chiaramente indebitata col tichumaren del nord Africa – e soprattutto verso il drone-rock. Le iniziali Talk To God e Words sono un buon esempio per illustrare questa nuova attitudine tra mistica orientale ed ipnosi dronica, supportata da una produzione assai evoluta che ha il merito di non soffocare quasi mai il sound. Da un più sapiente utilizzo dei mezzi a disposizione traggono vantaggio sia la voce della cosiddetta Goatgirl, qui preminente come non mai, sia la pulizia e le stratificazioni di brani come Goatchild To Travel The Path Unknown (interessante momento fusion fra pysch, latin e medioriente).

goat-sweden-psychedelic-pop-band

L’idea di costruire più sulle linee di chitarra che sui ritmi è un’altra carta che a ben vedere potrebbe rivelarsi vincente. Semmai quella che è andata perduta è la pura istintività, quella naturale ancorché grezza ispirazione che li accompagnava al debutto. Qui sembra tutto un po’ più costruito, il che volendo è normalissimo. Però un pezzo come Goatslaves, dotato di un gran giro di basso e ritmiche impressionanti, finisce quasi per essere un mero esercizio di stile; così come Hide From The Sun è esattamente come ti aspetteresti che qualcuno facesse musica arabeggiante, latitando di interpretazione personale. È un peccato perché Commune ci restituisce una band più consapevole e padrona dei propri strumenti – lo stesso sviluppo in parallelo rispetto a World Music fa capire il lavoro cerebrale che ci sta dietro – ma forse diventata un po’ troppo schiava dei suoi stessi personaggi.

Nasce facilmente da questa manciata di considerazioni l’idea dei Goat di ributtarsi nei live – a memoria, suonano al Coachella, al Latituide, tornano a Glasto l’anno scorso, al Roskilde, al Pukkelpop e quest’anno al Primavera – ed allo stesso tempo sfidare se stessi usando la drum machine in un brano come It’s Time For Fun del 2015. Abbandonare la concezione che abbiamo di loro, tornando ad esplorare e sperimentare le cose più diverse con la stessa attitudine di prima, come farebbe un bambino. A supporto, il primo singolo del nuovo album Requiem in uscita ad ottobre, I Sing In Silence, si presenta acustica e desertica, con ancora forte l’impronta orientale ma destrutturata, in cui il collettivo toglie invece di aggiungere. Per non rimanere paradossalmente imbrigliati nelle catene della realtà materiale (che in un certo senso si sono messi ai polsi da soli) i Goat sembrano voler tornare al cuore del loro sound, spogliandosi del superfluo ma non dei loro costumi. Come i loro anziani tornano al paese ancora più ricchi di esperienza e conoscenza, mentre noi saremo ancora una volta pronti a farci rubare l’anima dal diavolo della musica.