The Very Best Of 2016

Difficile fare il Best Of a ‘sto giro. Il 2016 non è ancora finito che è già passato alla storia come uno degli anni peggiori del nuovo millennio. Gli attentati terroristici sparsi sul pianeta hanno nevrotizzato una società globale in crisi, xenofoba razzista ed omofoba come non si pensava potesse essere realmente. Alcune delle scelte elettorali più scriteriate di sempre hanno fatto venire forti dubbi sulla validità del suffragio universale e, se questo non bastasse, ci sono state portate via alcune delle figure più illustri della cultura dei nostri tempi. Poi uno dice, ma sì dai per fortuna ci possiamo sentire un po’ di buona musica per tirarci su e fare pace col mondo. Un cazzo, musicalmente sono stati 12 mesi davvero scarsini, di certo non all’altezza dell’anno scorso.

Però mi piace guardare il bicchiere mezzo pieno, prima di bermelo. E se è vero che dobbiamo riporre le nostre speranze nel futuro, gli esordienti del 2016 sono una classe quanto mai folta e con le palle. Non posso citare tutti quelli di cui abbiamo scritto qui, ma gente come i Sunflower Bean, gli Imarhan o le Hinds ti fanno sperare che domani il sole sorga ancora. Nel marasma del gran ballo dei debuttanti – tra Oscar, Death Index e Deakin in solitaria – solo gli Yak si sono giocati il titolo fino alla fine. Non ce l’hanno fatta, perché come ogni gara anche questa vuole un solo vincitore. Quindi:

Rookie Of The Year: Sunwatchers – Sunwatchers

Sunwatchers da Brooklyn, New York City, sono una band difficile da inquadrare ed impossibile da afferrare. Jim McHugh, Peter Nye Kerlin, Jeff Tobias e Jason Robira – coadiuvati da ospiti secondo le necessità – si sono messi alle spalle i loro progetti precedenti per improvvisare una band(a) che unisce psych-rock, drone music e punk al tanto famigerato jazz. Ed è proprio questa l’idea affascinante ed incosciente: smontare l’idea che questo genere sia ostico e far passare quella che sia una disposizione dell’animo. Con in mente Éthiopiques, Terry Riley e John Handy questo meraviglioso debutto parla decine di lingue diverse ma tutte legate ad un’instancabile ed invincibile anima jazz.

Questo è il momento che preferisco, quello dei dischi (dis)onorevoli, o per lo meno di quelli che non hanno lasciato un buon gusto in bocca. I Pixies, ormai lo abbiamo capito, stanno cercando di rovinare una carriera con musica insipida come poche. I Bloc Party – o quello che ne rimane – quella carriera l’hanno troncata dopo solo un album e mezzo ed ora vivono di scemenza a palate. Tra gli altri mi sarei aspettato molto di più da Drake, Kills, Wilco e Growlers, mentre dai Kings Of Leon ci si attende sempre talmente poco che anche quando fanno uscire un disco meh è già un successo.

Ora, prima di rivelare chi sono i miei Top 10 che hanno vinto facile la musica dell’internet, lasciatemi togliere subito un grosso peso. Né Kanye West, né Bon Iver sono mai stati nemmeno lontanamente nelle mie preferenze di quest’anno. I loro sono stati lavori sicuramente validi, ne abbiamo discusso tutti anche troppo, ma se devo dirvi la mia entrambi hanno fatto di meglio nella vita e scambiare sempre l’innovazione col non sapere che cazzo sto facendo quindi sto innovando ha stufato un bel po’ il sottoscritto. Le Menzioni Onorevoli del 2016 vanno invece in ordine sparso a Frank Ocean e ‘King’ Kendrick Lamar, al sontuoso ritorno (speriamo non addio) dei califfi A Tribe Called Quest, ai due album matti dei Thee Oh Sees, ad Agnes Obel e Angel Olsen, ai francesismi cool di Limiñanas e La Femme con un’ultima fondamentale citazione per il santo patrono del blog Anton Newcombe ed i suoi Brian Jonestown Massacre.

Adesso le chiacchiere stanno a zero, è il momento del Very Best Of 2016, la classifica che se ti tocca diventi leggenda. Enjoy!

10. Goat – Requiem

Goat - Requiem

Per i Goat Requiem è un ritorno a casa, in quella Korpilombolo dove tutto iniziò 4 anni fa. Interessati ad una nuova forma di psichedelia, incentrata maggiormente su elementi acustici e naturali, gli svedesi ci guidano all’interno del loro album più spirituale come fosse una specie di rito iniziatico, rivelandoci molto più di quello che avrebbero voluto. Il loro album ‘folk’ è una vera e propria celebrazione della condivisione, ha una produzione eccellente e unisce alla perfezione le diverse influenze che arrivano da oriente e da occidente, dall’Africa ovest e sub-sahariana, dal nord artico. Se fosse davvero un canto del cigno, francamente non saprei immaginare un addio migliore di questo.

9. Soviet Soviet – Endless

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I Soviet Soviet sono il dito medio nel flaccido culo della musica indie italiana di oggi. Giometti, Costantini e Ferri riprendono dal debutto come punto di partenza per un disco che si muove tra post-punk e new wave, con sfumature shoegaze. Endless ha un sound più profondo e arrangiamenti più curati, figli di una produzione matura e ricercata. Da ascoltare nella sua interezza, non cambia strada ma la fortifica alla ricerca di nuove soluzioni senza mai forzare la mano. I Sovietici, onesti e sinceri come mai prima, consegnano alla storia nostrana l’album italiano dell’anno, un sophomore che è come un ciclo continuo senza inizio né fine. Un flusso da cui nessuno vorrebbe più uscire.

8. Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree

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Questo è uno dei casi in cui all’inizio sono io che ci ho capito poco. Ancora una volta con i Bad Seeds, ancora una volta nella loro veste cupa e spettrale, Nick Cave si spoglia di tutto lasciando spazio a una voce tormentata e oscura, pronta a girare intorno alla morte e alle sue connessioni con la vita. La scomparsa del figlio Arthur ha segnato l’anima di Skeleton Tree che, pensato quasi totalmente prima della tragica perdita, ha inevitabilmente assunto un significato ben preciso. Lui è uno dei più grandi e astrusi parolieri del rock anche per come metabolizza il dolore. Le parole che avevano bisogno di essere lasciate andare ci ricordano che l’uomo colpito da quella tragedia non è un uomo qualunque. E non lo sarà mai.

7. Merchandise – A Corpse Wired For Sound

Merchandise - A Corpse Wired For Sound

Forse questo album l’ho capito solo io. Ma la storia dei Merchandise è fatta così, di inizi e conclusioni che si ripeteranno all’infinito. L’idea di A Corpse Wired For Sound è di sfuggire da qualsiasi ideologia e nozione precostituita, col sound e l’estetica degli anni ’80 come primaria fonte di ispirazione, ponendosi perfettamente al centro tra post-punk, new wave e gothic-rock. Ispirato da J.G. Ballard, è un lavoro fatto da tanti momenti differenti che seguono una logica emotiva piuttosto che musicale. Prima di nascere divideva e ha continuato a farlo anche dopo. Io ci ho ritrovato un misto di attrazione e repulsione, un modo di essere intrigante ed allo stesso tempo ostico da assimilare tipico della band. Tipico della vita e della morte.

6. Preoccupations – Preoccupations

Preoccupations - Preoccupations

Preoccupations è il risultato di un periodo di introspezione per la band ex Viet Cong, fra crisi personali e collettive. Se da un punto di vista musicale siamo sempre in ambito post-punk, con incursioni di new wave e krautrock, sono le tematiche ad essere cambiate. Vengono abbandonate le grandi questioni del passato per concentrarsi su argomenti più intimi ed immediati, stati d’animo viscerali della vita di tutti i giorni. Quello che cercavo nei nuovi Preoccupations era qualcosa di diverso, che rifiutasse il citazionismo manicheo degli inizi per giustificare l’hype. Quello che ho trovato è esattamente ciò di cui sto parlando, un disco pervaso da una tensione nervosa palpabile. L’ultimo inizio di un glorioso futuro.

5. PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

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Per gli smemorati, è stato anche l’anno di PJ Harvey. Dall’esperienza di 4 anni in viaggio tra Kosovo, Afghanistan e Washington nasce The Hope Six Demolition Project, che prende il nome dall’ormai celebre progetto americano Hope VI. È il compimento della nuova fase del suo percorso artistico che ora canalizza il flusso interiore della cantautrice, da sempre alle prese con i propri tormenti personali, in momenti di riflessione su tematiche di interesse generale come le guerre e i conflitti politico-sociali. Il suo nono album prende il meglio dei due predecessori e li mescola riportando la musica ad un livello avanzato, unendo al folk l’art-rock, il gospel ed il jazz. Nella sua incredibile e talentuosa semplicità PJ continua a perseguire l’unico vero principio della propria vita: non ripetersi mai.

4. Blood Orange – Freetown Sound

Blood Orange - Freetown Sound

Ai piedi del podio c’è Freetown Sound, il punto d’arrivo della carriera artistica di Devonté Hynes. Il nuovo lavoro di Blood Orange è di una bellezza complicata, contiene tante cose – alcune sublimi, altre sgradevoli da affrontare – c’è poco di facile ed è ostico fruirlo in modo scorrevole. Ma ogni singolo istante è infuso di straordinario talento. Lui canta, produce, suona tastiere, piano, clarinetto, violoncello, chitarra e tutti i principali strumenti che vi capita di riconoscere ma sa circondarsi di numerosi amici/collaboratori. Tutti insieme per un tour de force a metà tra r&b, funk, synth pop e soul, 17 brani che spiazzano perché contengono le moltitudini di Dev Hynes: l’apice del suo modo non solo di fare ma di pensare la musica.

3. David Bowie – Blackstar

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Questo terzo posto in realtà non significa nulla, perché un artista irraggiungibile come David Bowie non è confinabile in una classifica del cazzo né tanto meno ha senso star qui a dire cosa abbia rappresentato per l’umanità, dalla nascita fino al giorno della sua morte. Blackstar è il canto del cigno, un lavoro basato sull’art-rock dove vi si trova dentro di tutto, dal jazz, al soul, al funk sperimentale, all’elettronica. L’ennesimo stupefacente atto di scena, quello conclusivo, di colui che nel corso degli anni ha saputo evolversi e sperimentare con tutto e tutti. Bowie sta in quell’esiguo gruppo di benedetti dal dio delle sette note che si sono potuti permettere di fare della propria vita un’opera d’arte e che grazie al tempo che è rimasto su questa Terra ha reso le nostre certamente migliori.

2. Savages – Adore Life

Savages - Adore Life

Medaglia d’argento per Jehnny Beth, Gemma Thompson, Ayse Hassan e Fay Milton. Le Savages di Adore Life giocano sul dualismo ‘amore vs rabbia’ in un disco duro, pesante e penetrante. Lo hanno definito una ‘bestia’, un lavoro il più chiassoso possibile, che si regge su tutti e 4 gli elementi della band in parti uguali, oggi come non mai. La componente fondamentale rimane la sincerità con cui il gruppo post-punk anglofrancese continua a fare quello che fa. Il valore aggiunto è che che ci ritroviamo per le mani un album grandioso di musica per chitarre, che parla d’amore in modo umano e non convenzionale, in tempi oscuri che dovrebbero essere non convenzionali. Silence era il problema Adore è la soluzione. Salvando se stesse, Beth e compagne hanno salvato il rock.

1. Radiohead – A Moon Shaped Pool

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In un anno mediocre basta un disco quasi solo di vecchie canzoni rilavorate e portate a compimento per vincere tutto? Se ti chiami Radiohead e fai uscire A Moon Shaped Pool sì, basta e avanza. Per il nono album di Yorke e la sua cumpa il rischio non è stato tanto la campagna promozionale in cui sono spariti da internet quanto il fatto che, proprio quando tutti se lo sarebbero aspettato, non hanno rivoluzionato praticamente nulla. Ci hanno costretto, e qui stanno la forza ed il genio, a concentrarci quasi esclusivamente sulla loro musica, pura e dalla bellezza devastante. Il trick dei brani messi in ordine alfabetico è solo una delle molteplici sfumature di un album personale ed orchestrale come non mai, influenzato da Penderecki e incentrato sull’accettazione dell’ansia e sulla pace con se stessi. I Radiohead arrivati fino a qui superano la loro stessa essenza materiale, godono di una libertà espressiva forse senza precedenti, svincolata da qualsiasi metodo compositivo precostituito. I Radiohead partiti più di 20 anni fa sono senza dubbio i Beatles della nostra generazione.

Non sembra vero nemmeno a me, ma anche questo Best Of è giunto al termine. Spero vi siate divertiti voi a leggere quanto io a scrivere. Ci sentiremo più avanti per dei seri auguri di buon Natale, nel frattempo fate i bravi.