The Brian Jonestown Massacre – Don’t Get Lost

Voto: 6,5/10

Dopo quasi quattro mesi rieccomi qui a parlarvi del nuovo album dei Brian Jonestown Massacre. Non l’avreste mai detto, eh?! Era nell’aria, l’avevo già anticipato nel pezzo sul ‘gemello’ Third World Pyramid, ma nessuno avrebbe saputo dire con certezza verso quale direzione si sarebbe mosso il sedicesimo lavoro della band di Anton Newcombe, Don’t Get Lost. Il guru della psichedelia e Ricky Maymi confermano Dan Allaire (batteria), Collin Hegna (basso) e Ryan Van Kriedt (chitarra) nella line-up ufficiale. Sono invece collaboratori molto graditi Emil Nikolaisen (della band norvegese Serena-Maneesh), Pete Fraser (già al lavoro coi Pogues) al sax e come voci ospiti la solita Tess Parks, Tim Burgess (The Charlatans) e Shaun Rivers.

Come è consuetudine ormai da qualche tempo tutto si è svolto ai Cobra Studios di Berlino, che è diventata la prima casa di Newcombe. Registrato e prodotto fra marzo ed ottobre dello scorso anno, ha in comune col fratello maggiore unicamente il titolo di una canzone di quel disco, che qui diventa il manifesto di quattordici brani che al solito si muovono a partire da psichedelia e shoegaze per approdare a lidi più o meno consueti come il kraut e soprattutto l’elettronica.

Ed in effetti anche il ritorno al primo, mai dichiarato, amore del frontman dai tempi di Who Killed Sgt. Pepper? testimonia una volontà di sperimentare come non succedeva da album tipo My Bloody Underground e Aufheben. L’inizio, ad esempio, è contemporaneamente una promessa ed una sfida. Open Minds Now Close coi suoi otto minuti e passa è un test all’apparenza semplice da affrontare, una jam che tiene la stessa tonalità per tutto il tempo con un reiterato giro di basso super saturo, echi di chitarra e derivazioni krautiane. Ma quello che sottende è in realtà la volontaria spersonalizzazione di Newcombe e della band tutta a vantaggio del sound, con quella grande attenzione per la parte ritmica che lo mette immediatamente in primo piano, a scapito del resto.

In particolare, in Don’t Get Lost spesso le voci sono quasi incomprensibili, oppure sono confuse e masticate e risolvono tutto rifugiandosi in sottofondo. Succede in alcuni dei momenti più classici (e migliori) come la progressione folk-rock di Resist Much Obey Little, il nitido ed echizzato psych-rock di Groove Is In The Heart e l’abrasiva Nothing New To Trash Like You. In questi pezzi si compie il miracolo che tiene in piedi la baracca, perché nonostante la cacofonia diffusa interpreti al meglio il tema della confusione dei nostri tempi – involgariti dalla post-verità e senza una guida ben precisa – sono proprio le tracce più concise quelle che funzionano meglio nel veicolare il messaggio.

Altrove, brani molto lunghi come l’allucinata (e recitata) One Slow Breath difettano di consistenza, mentre altri sono troppo dichiaratamente indebitati con un certo tipo di classicismo sentito e risentito: è il caso della bucolica e rarefatta Dropping Bombs On The Sun – che non avrebbe sfigurato nella colonna sonora del film Head, dei Monkees – e dello space-horror UFO Paycheck. Fa bella figura in questo contesto Throbbing Gristle, che coi suoi sei minuti e passa di ossessione caotica non perde mai d’intensità fino alla sua conclusione delicatamente elettronica. Più un caso che altro, soprattutto se guardiamo a Fact 67 che, dotata della medesima estensione, finisce per sfiancare anche i più accaniti fan degli anni ’90 e delle chitarre sferraglianti. Dotata di un beat assolutamente dance, Fact 67 condivide con Acid 2 Me Is No Worse Than War un’inaspettata anima da house music, ma come questa fallisce nell’essere assimilabile in pieno al resto del disco, stando ai Brian Jonestown Massacre come un paio d’ali possono stare ad un elefante.

Per qualcosa che non va c’è però tutta una sezione sperimentale sparsa qua e là che risulta più che interessante, anche in prospettiva futura. Melodys Actual Echo Chamber è al tempo stesso trip hop nel groove e western nelle chitarre, riesce a far incontrare droni di synth in un deserto psichedelico. Charmed I’m Sure è poco più di un elementare divertissment ambient per organo ma corta il giusto da non perdere il filo, e Geldenes Herz Menz è forse la migliore per resa, l’esempio perfetto di come la ‘dolce esplorazione’ di Newcombe batta quella forzata: sassofono e percussioni jazz d’avanguardia si fondono ad un post-rock per un ibrido che starebbe a meraviglia in un episodio acido e malato del prossimo Twin Peaks.

Dunque cosa ci rimane di questo Don’t Get Lost? Di certo un album eterogeneo ma compatto, che pur mancando di singoli o brani memorabili (o per lo meno davvero notevoli) è mediamente valido e mantiene l’interesse dall’inizio al finale parlato di Ich Bin Klang. Al di là di richiamare alla mente riferimenti validi come Primal Scream, P.I.L., i soliti Spacemen 3 o addirittura Ornette Coleman, permane una sensazione di incompiutezza, come se questi fossero pezzi lasciati liberi di nascere e crescere senza un costrutto ben preciso per vedere dove potessero andare. Il che, se pensiamo che stiamo parlando di Anton Newcombe, non è un male in sé. Ma comporta alcune perdite, prima fra tutte l’impatto dei testi, che si dissolvono nel mezzo della confusione sonora.

Il diffuso carattere trance, il ritorno all’elettronica, la solita psichedelia perfetta non bastano a fare di questo un lavoro memorabile – o all’altezza almeno del suo predecessore – ma coi Brian Jonestown Massacre è sempre stato così: oggi fanno un mezzo capolavoro domani tornano a cercare diamanti nelle pozzanghere. Come ho avuto modo di scrivere altrove, è però consolante il fatto che non abbiano perso il fuoco sacro dell’ispirazione, che vogliano ancora essere rilevanti e che alla stanchezza del corpo non corrisponda mai il riposo della mente. In fondo li amiamo e rispettiamo proprio per questo.