Siren Festival @ Vasto

Perplessità. O per meglio dire, perplessità relativa. Relativa al fatto che solo un anno fa su quello stesso palco si esibiva James Blake (e due anni fa i The National), uno dei più grandi nomi della musica mondiale. Relativa al fatto che Calcutta, ormai, lo si trova a suonare anche nel bar sotto casa che neanche un Pidgey selvatico; che i The Notwist (e Neon Golden) evocano, sì, ma non mobilitano; che insomma “la situazione potrà pure essere carina ma si ha l’impressione che si potesse fare di più, o meglio”.

E invece…

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Arrivo venerdì nel primo pomeriggio, dopo quattro estenuanti ore di autostrada, e ad accogliermi è il caldo – a tratti soffocante – di Marina di Vasto. Il tempo di montare la tenda, di un tuffo SUPERBLU nel mare, una doccia al volo e si parte alla volta di VastoCity dove in tutto il suo splendore mi attende l’arte di P o p_X, che senza troppi giri di parole (e senza ironia) si conferma essere progetto serio. Capisco che i concetti di ‘P o p_X’ e ‘serio’ nella stessa frase possano VAGAMENTE stridere (e che ci sia gente che si ostina a chiamarlo popics) ma carissimi amici, i live di Panizza & friends sono un’esperienza che tutti noi dovremmo provare almeno una volta nella vita, ed hanno il valore aggiunto di essere imprevedibilmente prevedibili. Quindi si parte forte (e aggiungo che se questo live fosse stato programmato invece che alle 19 che so, alle 23, non vi assicuro che sarei potuto essere qui a scrivere) e non si decelera neanche un po’, perché subito dopo si presenta sul Tuborg Stage (che per la cronaca era free entry) Giacomo Mazzucato aka Yakamoto Kotzuga.

Mi aspettavo un live molto chill da parte sua, dopotutto non avevo mai avuto occasione di vederlo, e invece il giovane veneziano spinge forte, il pubblico apprezza e solo nella seconda parte della sua esibizione crea quel tappeto di suoni che mi ha portato a conoscerlo e ad apprezzarlo non poco. È preciso, centrato, affatto distratto; riesce a coinvolgere e nondimeno riesce a fare da apripista al primo big nome della giornata. Infatti, proprio mentre Yakamoto Kotzuga termina il suo live, nelle splendida cornice del Cortile d’Avalos (che ricorda non poco il Cortile del Castello Estense dove poco più di un mese fa ha avuto luogo l’ASTRO Festival) è il turno di Nosaj Thing. Non è stata una sorpresa ma non faccio fatica ad ammettere che la sua è stata forse l’esibizione in cui sono riuscito maggiormente a perdermi; è volato via, letteralmente. I visuals geometrici in bianco e nero, il sole che piano si assopiva, il pubblico come in trance. Una sorta di trip lucido, eccellente.

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E poi, come un fulmine a ciel sereno, a risvegliarmi e riportarmi alla realtà – from Latina with love – Calcutta. Inutile negare che siamo improvvisamente entrati in una zona legata più a un certo ‘karaoke effect’ che ad un concerto in senso stretto ma vedere un’intera piazza cantare ogni singola parola del suo ultimo disco (rimandata, invece, sui pezzi più datati) fa sempre un certo effetto. Ché ormai si è detto tutto di Edoardo, e pur con tutti i suoi ‘difetti’ funziona e fa innegabilmente estate. Ah, nel suo live c’è da annotare un secondo encore mentre la piazza si stava ormai svuotando: Cosa mi manchi a fare feat. Niccolò Contessa (che però deve avere evidentemente lasciato il microfono spento poiché non si sentiva). E poi via ancora al Tuborg Stage per il live di Cosmo. Ma un momento, dov’è Cosmo? È stato per caso inghiottito dalla folla? Ragazzi, c’ho provato con tutto me stesso ma era inavvicinabile – il caldo asfissiante – e pur con tutta la volontà del caso ho dovuto battere in ritirata. Fonti autorevoli (la sua pagina Facebook) parlano di un live esplosivo, e non faccio fatica a crederlo. Ci rivedremo, comunque.

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Sfrutto il momento di pausa per rifocillarmi e per sistemarmi nelle primissime file in attesa di Tom Smith & Co. (perdendomi Adam Green). Il livello si alza, è indubbiamente il live più atteso del festival. Si parte con l’atmosfera di No Harm e la carica di Sugar – il pubblico è gasatissimo (anche troppo a mio modo di vedere, ero convinto che gli Editors non fossero un gruppo da pogo selvaggio. Mi sbagliavo, evidentemente) – e via, fino a Papillon e Marching Orders. Non è stato affatto un live breve per essere in contesto festival. Quasi due ore di energia e sudore. L’unico (grande) appunto che mi sento di muovere è legato all’ego spropositato di Tom nostro. È un figo, sa di esserlo, e non fa niente per nasconderlo. Fin troppo teatrale nel suo dimenarsi sul palco, nell’ammiccare ogni 0,7 secondi, in quello sgranare gli occhioni azzurri che neanche quando vedi Hannah Reid in spiaggia. Ma tecnicamente niente da dire, chapeau. Saluto Vasto ma non è finita. Volo, appagato, verso lo stage on the beach dove mi attende Clap! Clap!. Una bomba, il modo migliore per concludere la giornata.

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L’indomani subito un piccolo cambio nella programmazione. Gli orari subiscono vari slittamenti, ma il livello non scende neanche per sogno. In Piazza del Popolo è il turno di RY X, che ritrovo a un paio di mesi dalla sua esibizione al The Great Escape. Credo che l’australiano abbia bisogno della giusta situazione per rendere al meglio e, sebbene coinvolgente, questo live non si avvicina minimamente a quello cui avevo assistito a Brighton; ma lì si era esibito all’interno di una chiesa, con una atmosfera incredibile a fare da contorno. Mi chiedo solo – visto che una chiesa è stata utilizzata come venue per il concerto di Josh T. Pearson – se non era il caso di percorrere nuovamente quella strada. Neanche il tempo di pormi questa domanda che, a proposito di location splendide, vengo travolto da Joan Thiele nella cornice del Giardino d’Avalos. Riesco ad assistere solo a due suoi pezzi, Taxi Driver e You and I, ma per quel poco che ho visto (e confortato dai commenti dei presenti che l’hanno definita come ‘la regina del Festival’, anche perché c’è da aggiungere che la line-up è stata vagamente fallocentrica) la Nostra sa cos’è l’autoironia, dialoga con il pubblico, è intonata, bella (ma non se la tira, vero Tom?!). Insomma, ha più di qualche freccia al suo arco.

Mi godo un paio di pezzi di Thurston Moore ma sacrifico gran parte della sua performance per puntare dritto ai The Notwist, che portavano sul palco uno dei dischi che hanno segnato la storia della musica degli anni zero, Neon Golden. E non sono rimasto affatto deluso; precisi ma non asettici, innovatori anche a quindici anni di distanza, tecnicamente ineccepibili. Un peccato che non siano più riusciti a raggiungere le vette artistiche toccate con quel disco. Lasciamo la Germania e torniamo in Italia. Per la seconda volta in tre giorni assisto a un live di Motta. E per la seconda volta in tre giorni non posso non ammettere che l’intensità non sia mancata. Tuttavia, alcuni problemi legati al soundcheck (immagino, e lui stesso lo ha fatto intendere) hanno fatto che sì che la resa sonora fosse meno convincente rispetto alle sue potenzialità. Ma La fine dei vent’anni ha alcuni brani di grande impatto, che difficilmente possono lasciare indifferenti.

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Si torna poi all’elettronica, in Cortile d’Avalos, con Powell. Non lo conoscevo, è bello carico – forse troppo – ma in un contesto del genere si può chiudere un occhio. E si arriva così all’ultimo live della serata: I Cani. Sarò frivolo, forse, ma credo che lo spettacolo che stanno portando in giro sia incredibilmente divertente. Il pubblico è davvero coinvolto, si poga che è una meraviglia in un clima totale di ‘volemose bene’. La scaletta ha davvero tutto quello di cui c’è bisogno, compresi i momenti di (necessaria) decompressione from Aurora. Tutto questo per dire che una volta suonata l’ultima nota di Lexotan è un vero peccato dover lasciare Piazza del Popolo. E il peccato viene amplificato dall’assenza di Gold Panda che, a causa di un problema alla schiena, è stato costretto a dare forfait privando il Siren della degna chiusura che si meritava (pur con tutto il rispetto per chi l’ha sostituito).

L’indomani ho lasciato Vasto con la consapevolezza di aver assistito ad un evento davvero ben riuscito. Ho visto l’entusiasmo negli occhi (e nei sorrisi) dei volontari che hanno dato più di una mano per far sì che tutto riuscisse nel migliore dei modi. Ho conosciuto persone interessanti, e interessate, come raramente mi era capitato. E tutto questo malgrado le perplessità iniziali legate alla line-up, su cui credo tutt’ora che si potesse fare qualcosina in più (in particolare per quanto riguarda l’esclusività di alcune performance, capaci di rendere unico questo o quel festival). Non posso che augurarmi di ripetere nuovamente questa splendida esperienza. Grazie, e a presto, Siren Festival.