Red+White&Green, Atto II – Soviet Soviet

Questo articolo sarebbe dovuto essere l’ultimo all’interno del mini-ciclo sugli italians, ma l’uscita del primo album della band lunedì scorso, mi ha costretto a cambiare i piani in corsa. Poco male per me, molto bene per chi leggerà, perché state per conoscere la band italiana del momento, attualmente una delle più famose fuori dai nostri confini. Signore e signori ecco a voi i Soviet Soviet.

Go East!

Fino a poco tempo fa, l’immagine più bella a cui potessi associare il termine ‘Soviet’ era sicuramente questa vuoi perché su quel ring si concludeva la Guerra Fredda e si decideva il destino del mondo con quattro anni di anticipo, vuoi perché Michail Gorbačëv e la sua macchia mi spaccano tutte le volte; ora, però, devo rapidamente aggiornare la mia classifica di gradimento delle cose dell’oltre cortina di ferro. I Soviet Soviet nascono nel 2008 tra Pesaro e Fano, di dove sono originari Andrea Giometti (voce, basso), Alessandro Costantini (chitarra, voce) e Alessandro Ferri (batteria), tutti e tre provenienti da precedenti esperienze musicali, ma uniti da una comune passione per il post-punk e per la scena musicale inglese di fine anni ’70. Passano un anno a suonare insieme in un garage perfezionando la loro tecnica, ma all’epoca sono ancora molto indie rock, usano scale minori ed un basso assai dritto. In seguito cominciano a variare gli accordi, aggiungono qualche pad alla batteria e nel giugno del 2009 sono già pronti per pubblicare il primo EP autoprodotto, Marksman, registrato presso lo Studio Waves di Pesaro con la collaborazione del loro amico (ed attuale produttore) Paolo Rossi. La band affronta i primi live di qualche rilievo, la loro musica comincia a girare sul web e nel settembre dello stesso anno Pitchfork si innamora di loro e li recensisce sul proprio sito.

Siamo nel 2010, in piena prima era internet, MySpace sembra ancora una figata e proprio grazie al vecchio e defunto social network, i tre fanno amicizia con i Frank (Just Frank), che successivamente ritroveranno sul palco del club Le Volume di Nizza, mentre in Italia esce il secondo EP dei pesaresi. Le due band hanno molto in comune, per cui da questa frequentazione iniziale non può che nascere una collaborazione vera e propria, che si concretizza nell’album Split pubblicato per Mannequin Records – con il lato A ad appannaggio della band franco-inglese, mentre il lato B contiene l’EP dei Sovietici appena uscito – che viene addirittura citato nel libro Retromania del grande critico musicale Simon Reynolds. Dopo una serie di concerti in giro per l’Europa, nel febbraio del 2011 per l’etichetta veronese Tannen esce Nice, EP che contiene i primi due mini-album dei Soviet Soviet ed il cui titolo si ispira fin troppo palesemente alla città in cui è nato il sodalizio tra le due band new wave. Si tratta di un post-punk ridotto all’osso, 9 canzoni tiratissime e veloci che ricordano i primi Cure e qualcosa dei Sonic Youth, oltre ovviamente a quegli altri che nominerò solo in seguito. La band si presenta ancora piuttosto acerba, canzoni come Royal CasinoLokomotiv, Restless o First Man Then Machine ci restituiscono un sound minimale, costruito sulla potenza del basso, sui graffi di una chitarra dalle potenzialità ancora inespresse ed infine su una batteria che in alcuni episodi rimanda ai Bloc Party, il tutto sovrastato da una voce rabbiosa ancorché acerba. E’ chiaro il citazionismo in cui affonda questo primo lavoro, ma i tre marchigiani elaborano le proprie influenze con una freschezza tutta loro.

Iniziano quindi un tour che li porta per la prima volta nell’est europeo, dove acquisiscono una fama fuori dall’ordinario per una giovane band italiana e che rappresenta una felice alternativa al nostro export usuale. Sarà per il nome, sarà per la maggiore apertura mentale dei popoli balcanici, sarà che in Italia, invece, sono stati subito etichettati come i nuovi – a scelta – Krisma, Litfiba (giuro) o Diaframma, ma i Sovietici riscuotono più successo all’estero che in patria, il che dovrebbe farci un attimo riflettere sulle nostrane capacità di critica e giudizio. Fatto sta che nel giugno 2011, sempre per Tannen, esce il secondo EP ufficiale della band, ossia Summer, Jesus, che viene recensito positivamente un po’ ovunque in Europa. A detta del trio sarebbe dovuto essere un album vero e proprio, ma per mancanza di soldi e tempo finisce per essere una breve raccolta di 6 brani che ripropongono la struttura dei lavori precedenti, seppur con maggiore educazione e consapevolezza.

Sullo sfondo ci sono sempre i Joy Division (ora posso scriverlo), come nella splendida Contradiction, ma anche echi di Pixies e Interpol, ad esempio in Human Nature o nella possente Warmata – dove la voce nasale di Giometti è più edulcorata che in passato, e ricorda il Paul Banks più ispirato – . Permane quel senso di frenesia tipico della band, ma il suono si allarga, si fa ancor più contaminato partendo dalla cold wave per arrivare al post(post)-punk moderno, il tutto metabolizzato a meraviglia e con una maturità a tratti sorprendente. Dopo un ulteriore tour di ben 90 date (di cui 70 in Europa) con annesso sbarco negli USA, i Soviet Soviet si presentano nelle condizioni migliori per il loro debutto ufficiale.

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Presentato l’11 novembre scorso al The Bowery Electric di New York per la label americana Felte ed anticipato su importanti testate come The Fader e Stereogum, Fate è forse l’esordio italiano dell’anno, e sicuramente uno dei dischi migliori del 2013. E’ decisamente un album molto omogeneo, che si presenta con Ecstasy, una song dal titolo assai profetico, che si fonda su giri di basso new wave sempre in primo piano, su una batteria frenetica e ritmicamente Bloc Party e su riverberi distorti di chitarra. La successiva e molto anticipata 1990 è un piccolo gioiellino di tecnica, con gli ottavi raddoppiati ed un basso invadente e pesante che ritroviamo anche in Introspective Trip uno dei momenti migliori del disco. Un pezzo entusiasmante, dove tutto funziona con una sincronia meravigliosa, mentre i giochi di pause ed accelerazioni confondono a dovere l’ascoltatore. E’ evidente l’influenza che devono aver avuto i recenti live con A Place To Bury Strangers e P.I.L., così come si ripresenta il richiamo ai (migliori) Placebo; il merito dei Sovietici è, però, quello di non eccedere nella referenza a quest’ultima cifra stilistica, ma di utilizzarla per muoversi oltre come in Gone Fast dove la melodia a metà tra dream e post-rock si appoggia più ai Cure che alla band di Molko.

Per chi vi scrive, se da un lato Further rappresenta un po’ il compendio di tutta la storia dei Soviet Soviet fino a qui – con un wall of sound che finisce per sfociare addirittura nel noise – la parte centrale è quella davvero da urlo con l’accoppiata No Lesson e Together a spaccare in due l’album. La prima palesa la ricerca melodica che il trio ha voluto intraprendere ed è chirurgica nell’ottenere stati emotivi contrastanti, grazie ad una parte centrale rilassata prima della tirata finale; la seconda è senza dubbio la mia song preferita, sia perché pare aprirsi con un riff di chitarra molto The Smiths, sia perché immediatamente se ne dimentica virando verso un anthem oscuro nell’incedere e cristallino nella ritmica, con una pulizia del suono notevole e qualche lievissimo accenno di shoegaze. Il finale, da Hidden ad Around Here è in realtà un falso finale, perché non smorza mai i toni, incarnando fino all’ultimo quell’urgenza impellente che accomuna questo lavoro all’esordio delle Savages.

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до свидания товарищ!

Dalle Marche al Messico, suona strano ma è vero. C’è del gran merito nell’essere riusciti ad imporsi in così poco tempo, in così larga parte del mondo, ma i Soviet Soviet conquistano proprio per la volontà, quasi la rabbia, con cui si sono mossi fin dall’inizio per arrivare dove volevano, anche perché ascoltare Joy Division, Siouxsie And The Banshees o Kraftwerk è roba che fanno ed hanno sempre fatto in molti, ma quello che in pochi sono capaci di fare è arricchirsi di ciò che si ascolta, metabolizzarlo per poi inventare e possibilmente reinventarsi ancora ed ancora, fino a creare un proprio standard.

La forza pura e ancora acerba che muove il trio marchigiano è quella che capita di vedere una volta ogni 10 anni qui da noi, riteniamoci fortunati ad aver assistito ad un grandioso inizio della storia.