Outfit – Performance

Outfit - Performance
Le Corbusier puppaci la fava

 

Voto: 7/10

 

Lo sanno tutti che i giudizi dell’NME sono credibili come l’oroscopo di Paolo Fox. Detto questo, quando la rivista inglese ha piazzato gli Outfit al 6° posto della classifica delle 25 nuove band da vedere assolutamente nel mondo l’attenzione di tanti si è fissata inevitabilmente sul gruppo di Liverpool. Prima che le loro strade si incrociassero nel 2011, Andrew Hunt (voce, chitarra e synth), Thomas Gorton (voce e synth), Nicholas Hunt (chitarra), Christopher Hutchinson (basso) e David Berger (batteria e produzione) avevano tutti fatto esperienze in progetti precedenti – anche molto diversi tra loro – e ciò ha indubbiamente costituito un’ottima dote iniziale, forgiando una solida consapevolezza di dove volessero andare e di quale fosse la loro filosofia sul ‘fare’ musica.

Nonostante siano originari di quella città, gli Outfit hanno fatto in modo di non avere praticamente nulla di beatlesiano e di non richiamare alla mente né il pop dei Frankie Goes To Hollywood né il post-punk degli Echo And The Bunnymen, entrambi loro illustri concittadini. Piuttosto, per trovare qualche similitudine dobbiamo guardare a New Order, Roxy Music e – tornando al presente – (i migliori) Franz Ferdinand o Wild Beasts.

Con queste premesse il 14 maggio 2012 è uscito il loro primo EP Another Night’s Dreams Reach Earth Again (conosciuto anche come A.N.D.R.E.A.), un bigliettino da visita decisamente interessante – quattro canzoni sospese fra R’n’B, minimalismo e chic-pop – che palesa le influenze dei cinque membri della band ma che non presenta un suono ancora omogeneo e distintivo, seppur molto ricercato.

Un anno e innumerevoli concerti dopo, gli Outfit si ripresentano al pubblico col loro primo LP ufficiale, quel Performance atteso in U.K. come la ripresa della Premier League ed in uscita oggi via Double Denim Records. Il rischio di non reggere l’hype e di mandare tutto a puttane (come del resto troppi gruppi hanno fatto negli ultimi tempi) è molto alto, la band lo sa e sforna un disco d’esordio di stupefacente maturità e consapevolezza.

I nostri saranno sì ancora giovani e spaesati, ma è evidente come abbiano già un certo vissuto fatto di esperienze, incontri inusuali e allontanamenti forzati dal rassicurante focolare domestico. Così l’iniziale Nothing Big, registrata per la maggior parte lontana dal Merseyside, è una sorta di richiesta d’aiuto, una mano tesa alla ricerca di un pubblico rassicurante. Musicalmente, questo senso di dislocazione ed insicurezza viene subito spazzato via da un beat bestiale, su cui la band costruisce un sound piuttosto ossessivo che dà l’idea di un lavoro di produzione davvero maniacale. Thomas Gorton elabora un testo – sull’amicizia e sulla gioia di scoprire che nonostante tutto le cose andranno sempre bene – di una sincerità spiazzante, che pare davvero l’inizio di qualcosa di grosso. Il loro perfezionismo radicale traspare anche dalla successiva I Want What’s Best, un synth-pop molto Metronomy, dove i delicatissimi drones reggono l’impianto di tutta la canzone. Ah, poi nel video c’è lui.

 

Il lavorìo dietro queste 10 tracce c’è stato e si vede parecchio. La title track, Performance, ha subìto un lunghissimo processo di lavorazione e rielaborazione da parte di A. Hunt e Berger che, partendo da una base di bizzarri suoni gorgheggianti, hanno via via aggiunto elementi diversi – come la drum machine che scivola un po’ inquieta per tutta la canzone – stravolgendo e reinventando totalmente la loro idea iniziale. A questo punto, se c’è un pericolo che quest’album rischia di correre è quello di suonare eccessivo, quasi forzato nella sua ostinata sovrapproduzione: le chitarre cristallizzate di House On Fire, la semplice eleganza del synth e il vintage della batteria di Phone Ghost, lo splendido languore ed il coro trasognante della quasi psichedelica The Great Outdoors non fanno che confermare questa sensazione.

Per fortuna, un’essenza di umanità riesce a persistere in qualche modo. E, dopo la canzone d’apertura, emerge con forza nella traccia conclusiva Two Islandsprimo vero singolo della band datato settembre 2011. Non è solo un brano incentrato sul sentirsi isolati in mezzo ad una folla di sconosciuti, ché sarebbe un’agorafobia da quattro soldi. Ma c’è anche un testo che forse è il più personale e ‘pesante’ di tutto l’album, dove lo scontento iniziale diventa ansietà sempre più intensa e la ripetizione quasi ossessiva dei versi ‘I don’t know anyone else in here’ quasi un modo per esorcizzare la paura di restare soli, senza possibilità di affermare il proprio io. Allo stesso modo in Thank God I Was Dreaming – che con le sue percussioni slegate è anche la song più danzereccia di tutte – la metafora di una città che rischia di cadere in pezzi riflette la paure più recondite delle persone: la mancanza di controllo durante il sonno e le intime verità nascoste nei sogni. Con tanti saluti a Freud.

A mio parere il meglio arriva a metà album, nelle sembianze di due canzoni che non potrebbero essere più emblematiche. Perché se la ballad esistenzialista Spraypaint finisce per essere il pezzo standard dell’album – ombroso, tormentato, che a tratti ricorda i Blonde Redhead con la sua armonia barocca e la linea di basso agrodolce – Elephant Days è con tutta certezza la traccia più viscerale ed autoesplorativa, probabilmente la mia preferita. E’ un brano nostalgico che parla dei primi giorni della band e di un tempo che sai di aver amato ma che prima o poi devi lasciar andare. Ha quel sapore retrò di vecchio filmato d’infanzia, sostenuto da una parte ritmica pulsante e da chitarre come sempre delicate e raffinate.

Outfit
La gioia di vivere a Liverpool

Difficile dire cosa sarà di questa band, perché in questi 3 anni gli Outfit si sono creati molteplici aperture. Intanto, a dicembre Performance sarà uno degli esordi dell’anno, non ci sono cazzi. Manca un po’ di pesantezza, quel mordente che li renderebbe notevolmente più efficaci; i boys britannici cercano di mettercela tutta e a dispetto di una precisione che rischia di essere alienante, provano ad essere il più diretti possibile elaborando una scrittura efficace e facendola fluire attraverso le forme più originali, mostrandoci a tratti euforia, malinconia o psichedelia (a volte all’interno di una stessa canzone), il che a dire il vero rischia di creare parecchia confusione.

A conti fatti somigliano un po’ a cinque tizi – di sicuro furbi e assai svegli – al piano terra di un palazzo molto molto alto, ma che hanno capito subito come prendere l’ascensore: semplicemente scrivendo grandi canzoni.