Matana Roberts: a jazz revolution

Se su questo blog esistesse una categoria di ‘Eccezioni Meritevoli’ non ci sarebbe modo migliore di inaugurarla se non raccontando la storia di Matana Roberts. Sarebbe carino quanto inutile perché anche in un non-luogo come questo in cui si scrive di musica alternativa ed indipendente nel senso più completo possibile una come la Roberts diventa eccezione difficilmente comparabile, e una categoria con una sola voce non si è mai vista. Per cui rimarrà qui tra gli ‘Sconosciuti’ tenendo conto che la nativa di Chicago è aliena ai più solo in un Paese come questo in cui a parlare di jazz ti guardano come se fossi posseduto dal demone Pazuzu, ovviamente a meno che tu non sia Bollani.

Matana Roberts nasce appunto nella ‘città del vento’ dell’Illinois crescendo nel South Side cittadino con due genitori che negli anni ’60 sono stati giovani attivisti per i diritti civili e politici, schieratisi ovviamente contro ogni guerra (vedi alla voce Vietnam) e sopruso sociale, in pratica facendo parte di quel substrato culturale che ha generato prima l’idea poi la realtà di Obama presidente. Due personcine di tutto rispetto che l’hanno introdotta al magico mondo delle arti, della cultura e della politica fin da bambina, generando una marea di stimoli per la piccola Matana. Diventata adolescente studia clarinetto, violino e fagotto ma la sua vera vocazione è un’altra ed a 16 anni comincia ad apprendere le basi del sassofono e dell’improvvisazione jazz, sia come autodidatta sia seguita da insegnanti. Parallelamente coltiva tutti gli altri interessi che i suoi avevano seminato in lei: danza, poesia, teatro, storia della civiltà e sociologia su tutti. Agli inizi degli anni ’00 forma un trio chiamato Stick and Stones col bassista Josh Abrams e col batterista Chad Taylor, con cui si esibisce regolarmente al Velvet Lounge, storico locale jazz di Chicago. Da quest’esperienza nasceranno due album: il primo, omonimo, vedrà la luce nel 2002 mentre il secondo intitolato Shed Grace verrà pubblicato solo nel 2006. Il 2002 – oltre alla collaborazione con i Godspeed You! Black Emperor per il loro Yanqui U.X.O. in cui la Roberts suona il clarinetto – è anche l’anno del suo trasferimento a New York, dove agli inizi si reinventa volontariamente musicista di strada suonando nella metropolitana cittadina e finendo poi per pubblicare la sua esperienza di vita in una mini rivista chiamata Fat Ragged. schirosi-02

Matana Roberts continua ad implementare le doti di improvvisatrice e compositrice fino a quando nel 2006 esce il suo primo album solista, l’autoprodotto Lines For Lacy, un tributo al suo amico/mentore Steve Lacy in cui la nostra al sax è accompagnata da una jazz band in quello che possiamo definire un live set che richiama tanto Ellington quanto Strayhorn, puro free jazz d’avanguardia. L’anno successivo firma per la Utech Records e dà alle stampe The Calling altro lavoro live in presa diretta dove a supportarla è ora un quartetto composto da Taylor Ho Bynum alla cornetta, Thomson Kneeland al basso e Tomas Fujiwara alle percussioni. Suona inoltre al London Jazz Festival e da quell’esibizione ricava un disco dal vivo che consolida la sua reputazione di sperimentatrice jazz. Il 2008 è l’anno della ribalta grazie a The Chicago Project, album che la Roberts pubblica via Central Control e che le vale una nomination come ‘Up and Coming Musician of The Year’. Prodotto da Vijay Iyer include apparizioni di membri dei Prefuse 73, dei Tortoise e del sassofonista Fred Anderson dell’Association for the Advancement of Creative Musician (AACM) di cui lei stessa è stata membro attivo dal 2000 al 2009, oltre ad aver fatto parte anche della Black Rock Coalition (BRC). Non bastasse il link coi GSY!BE, la sua partecipazione in Dear Science dei Tv on the Radio è l’altro aspetto che in un certo senso collega Matana Roberts all’ambito musicale che più ci compete e che getta le basi per quella che sarà la sua svolta ed allo stesso tempo la sua consacrazione artistica definitiva.

Negli anni del secondo decennio del secolo sarà la curatrice ospite del The Stone di New York nel 2010 e sarà invitata poi due anni dopo da Jeff Magnum dei Neutral Milk Hotel per esibirsi al festival All Tomorrow’s Parties a Minehaed in Inghilterra ma è il 2011 l’anno magico, quello che la vede cominciare un progetto tanto mastodontico quanto probabilmente folle le cui radici risalgono addirittura al 2005. Il progetto si chiama COIN COIN ed è un lavoro in 12 (!) capitoli, una sorta di work in progress musicale, che ha l’intento di esplorare tematiche storiche e ancestrali, che indagano la memoria e le tradizioni degli africani d’America, il tutto narrato dalla lingua del jazz più rivoluzionario che personalmente, e lo dico con l’umiltà di un non espertissimo del genere, mi sia mai capitato di ascoltare. COIN COIN intende portare alla luce le radici mistiche, incarnare le tradizioni spirituali ed istintive tipiche dell’espressione creativa (afro)americana mantenendo al tempo stesso un intreccio solido e profondo con la narrativa, la storia, la comunità e l’anima politica che da sempre costituiscono il nucleo delle strutture musicali basate sull’improvvisazione. Perché Matana Roberts è sì una musicista che si è formata seguendo Coltrane, Sun Ra o Albert Ayler ma ha espanso il suo cosmo verso qualcosa di più trasversale, una sorta di narrativa storicizzata del dolore e delle passioni di un intero popolo e se ci pensate bene il jazz libero forse più del blues e del gospel è il linguaggio più adatto per un compito del genere.

A credere fortemente in tutto ciò è la Constellation Records che si prende un bel rischio quando pubblica COIN COIN Chapter One: Gens Des Couleur Libres primogenito che nasce da anni di studi e ricerche sul rapporto culturale che intercorre tra musica e storia delle civiltà, in particolare ovviamente quella degli schiavi africani deportati in America. Vi sono elementi diversi, per un approccio assolutamente non dogmatico o canonico, a dimostrazione di come la Roberts intenda rivoluzionare non solo il jazz ma anche una certa attitudine secolare alla questione ‘nera’ americana. Vi sono momenti di livore più o meno consapevole come nell’incredibile iniziale Rise, in I Am ed in How Much Would You Cost alternati ad episodi celebrativi come quella Kersaia che si impone come orgoglioso trionfo della cultura africana, fin nei suoi aspetti più mistici ed ancestrali, per arrivare a vere e proprie contaminazioni tra jazz e blues come in Pov Piti, brano che parla di un orfano che ha perso i genitori per colpa della febbre gialla. Ciò che conquista pubblico e critica sono le innovazioni stilistiche da una parte ed il potere narrativo dall’altra, quest’ultimo permette anche di far giungere un disco come questo ai non addetti ai lavori, a chi magari del jazz conosce poco o nulla ma che è sensibile al fascino carnale emanato dalla musica della Roberts.

Il secondo tempo, ovvero COIN COIN Chapter Two: Missisipi Moonchile, esce nel 2013 e fin dal titolo palesa la volontà di smarcarsi, almeno in parte, dall’acclamato predecessore. Prima di tutto l’ensemble è ridotto a soli 6 elementi e la voce di Matana Roberts non è più l’unica incontrastata visto che il tenore Jeremiah Abiah fa la sua comparsa già dall’iniziale Invocation. Anche da un punto di vista meramente strutturale le 18 canzoni del capitolo due sono molto brevi, in poche superano i 4 minuti, proprio a dare l’idea di un alternarsi di stati dell’animo, di immagini o istantanee che siano, racchiuse nella mente della newyorchese e lasciate fluire all’esterno con sorprendente fluidità. È più complesso e meno familiare del precedente vuoi perché qui il tema è più intimo per la Roberts – i ricordi del suo passato, storie di vita di piccole comunità – vuoi perché c’è un senso diffuso di pacatezza, quasi di mestizia. Musicalmente il sax domina la scena come prevedibile ed il free jazz si unisce al post-rock ed a elementi tribal con la voce di Abiah che diventa parte integrante del set strumentale rendendo emotiva una song come River Ruby Dues, dando un tocco di classicità al blues di Responsory ed infine consegnando alla storia, in un duetto continuo con la Roberts – il trittico finale di Thanks Be You, Humility Draws Down New e Benediction.

È di questi ultimissimi giorni l’hype attorno al terzo e finora ultimo atto del mega progetto: COIN COIN Chapter Three: River Run Thee è stato nuovamente registrato negli studi Hotel2Tango di Montreal in collaborazione con Radwan Ghazi Moumneh e per la prima volta nel ciclo è un lavoro totalmente solista, che nasce da un viaggio in Sud America all’inizio dello scorso anno. La Roberts ha collezionato nozioni storiche e documenti attraverso interviste, visite e registrazioni sul campo. È un LP senza dubbio complesso, che spinge fortissimo la metafora di tutto il progetto rendendola ancora più esplicita. Vengono introdotti loop, effetti di pedali, addirittura droni accanto ad una recitazione parlata sempre più presente che fa di questo il capitolo più oscuro e personale di quelli usciti finora. Infatti, qui non si tratta più della memoria collettiva di un popolo o di una comunità, ma il focus si concentra su singole persone, comuni (come il padre di Matana) o famose (Malcolm X) che siano. Lei stessa l’ha definito un “fever dream” di materiale sonoro, un surreale viaggio allucinante ed ipnotico che sa essere caotico (The Good Book Says), naturalistico (Clothed To The Land, Warm By The Sea), elettronico quando serve (This Land Is Yours) e assai viscerale (Come Away). In definitiva, un disco che combina quasi perfettamente l’anima strutturale con quella d’improvvisazione in modo totale, suonando sì a volte ostico ma incredibilmente contemporaneo se pensate che parliamo di jazz.

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C’è un battuta che circola negli ambienti del jazz e che dice più o meno così: “Come si fa ad avere un milione di dollari facendo jazz? Semplice, basta partire da due”. Certo, questo genere non è una macchina da soldi e non lo era nemmeno quando si vendevano i dischi a milioni, ma a Matana Roberts non penso che sia mai interessato tutto questo. Lei è una che viene invitata a tenere lezioni, partecipa a letture, workshop, e tiene concerti un po’ ovunque; è una che negli ultimi mesi ha vissuto in una casa galleggiante nella Sheepshead Bay di Brooklyn per rievocare simbolicamente la vita dei suoi antenati sulle navi negriere e che nel 2014 ha vinto sia l’Alpert Award per le Arti (dopo 7 nomination) sia il Doris Duke Impact Award. Insomma, è un donna di cultura nell’accezione più ampia del termine e poi sì, è anche una fottuta sassofonista geniale, una che se fossi David Lynch la vorrei domani per fare la colonna sonora del nuovo Twin Peaks. Già musicista di spessore, si è imbarcata nel progetto COIN COIN per donare al mondo il suo ‘panoramic sound quilting’ cambiando forse per sempre le regole del gioco. Matana Roberts proprio mentre state leggendo questo interminabile articolo sta rivoluzionando il jazz riappropriandosi delle radici culturali e antropologiche da cui è nato, destrutturando canoni e regole troppo rigide per il suo genio con lo scopo di dare vita a qualcosa di autentico e viscerale, la sua follia illuminata.