Lowly – Heba

Voto: 7,5/10

“Have you ever felt so lonely that you could map it on your body ?”

Potrebbe essere racchiuso tutto in questo frammento, quello che Heba prova. Quello che vuole trasmettere. Eppure, Heba, minuto dopo minuto, cambia e si trasforma prestandosi a infinite interpretazioni. Ma che cos’è, Heba? Un disco, naturalmente, il lungo esordio di una band che muove i primi passi nel raffinato mondo del dream pop: i Lowly.

Il quintetto danese, attivo dal 2014, ha rilasciato in questi tre anni una manciata di pezzi racchiusi nell’EP Sink Way Into Me e altri singoli sparsi che hanno delineato fin da subito la personalità di questo gruppo eterogeneo, brillante e soprattutto molto acceso.

Nessuno di essi, però, è stato incluso in questo lavoro che si pone in maniera diversa rispetto al passato, facendo del controllo e della raffinatezza il punto focale di atmosfere celestiali e variegate. Heba – che prende il nome da un’amica comune del gruppo, emigrata dalla Giordania in cerca di un futuro lontano da guerre e violenze – combina un sound pop accessibile a un’elettronica sofisticata, ottenendo un risultato tutt’altro che semplice o banale.

Si parte in quinta con Still Life che trascina fin da subito in un turbinio emotivo reso elegante dalla sezione degli archi e dall’incantevole bellezza delle voci di Nanna Schannong e Soffie Viemose, amalgamate alla perfezione su un onirico tappeto sonoro costruito dalle percussioni di Steffen Lundtoft, le tastiere di Kasper Staub e il basso di Thomas Lund. Questa è decisamente la cosa più sorprendente: i cinque ragazzi sono davvero bravi a prendere il meglio delle proprio background sonoro e mescolarlo alla bellezza degli altri. Nonostante il tutto sia così carico di elementi e suggestioni, la miscelazione degli ingredienti non si perde mai in sgradevoli eccessi, anzi, è proprio quella sensazione di leggiadria a stordire piacevolmente i sensi fino ad avere l’impressione che anche il tempo stesso possa farlo. Su questa scia cullante c’è anche Deer Eyes che però stimola l’udito con le sue contaminazioni jazz su un sound piuttosto acceso ed enigmatico.

La storia di Heba è percepibile in tutte e undici le tracce che, ognuna a proprio modo, vedono attraverso lo sguardo di chi, con la propria solitudine, cerca di adattarsi a una vita nuova. Non vi è però mai un riferimento concreto ad essa. Anche i testi si adagiano sulle atmosfere cangianti e celestiali come blocchi astratti e opachi dove ognuno dei Nostri ha dato un contributo e ci ha lasciato qualcosa di profondamente personale. In generale, comunque, il mood è quello di una buona giornata secondo Morrissey. Eviterei di approfondire oltre.

Il viaggio sonoro dei Lowly, oscillante tra vintage e synth moderni, ricorda molto quello dei Beach House, fresco e sofisticato, mostrando però note anche più acidule qua e là, in modo da riuscire a spiazzare più volte l’ascoltatore nel corso della sua riproduzione. Quando meno ce lo si aspetta, arriva un pezzo come Stubborn Day a dare una sferzata ottimista al mood del disco, generalmente più malinconico. No Hands sembra, invece, averle proprio le mani. Sembra di sentirle addosso e che riescano a toccare i punti più sensibili grazie alla straordinaria bellezza delle due voci femminili che si intrecciano su synth ipnotici. Prepare The Lake ancora una volta trascina su una melodia tumultuosa all’insegna di chitarre atmosferiche e tamburi propulsivi. Pommerate torna ad atmosfere fiabesche, Word accelera di nuovo il tempo.

È superfluo aggiungere altre parole su un disco che non vuole essere descritto, vuole essere vissuto. Vuole cambiare a seconda di chi lo ascolta. Assumere ogni volta un significato diverso. Suscitare sensazioni diverse. Qui ci limiteremo a dire che vale la pena prendersi tre quarti d’ora, fondersi ad esso e godersi uno dei debutti più interessanti di questo 2017.