Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly

Front

Voto: 9/10

“Don’t all dogs go to heaven? Don’t Gangsta’s boogie? Do owl shit stank? Lions, Tigers & Bears. But TO PIMP A BUTTERFLY. Its the American dream nigga….” – lil Homie.

Era tutto qui fin dall’inizio, in questo messaggio di accompagnamento alla copertina del nuovo album di Kendrick Lamar comparsa improvvisamente qualche settimana fa sul suo profilo Instagram. Già uno degli album più attesi dell’anno, per un errore (pare) di un ormai disoccupato impiegato della Interscope Records è spuntato lunedì scorso, con una settimana di anticipo, sia su iTunes che su Spotify poi subito ritirato ed infine, visto che la frittata era fatta, definitivamente rilasciato via Top Dawg Entertainment, Aftermath e distrubuito da Interscope. Si tratta del secondo lavoro (per una major, il terzo in assoluto) del rapper di Compton, California, che dopo il clamoroso ed immediatamente diventato un classico Good Kid, M.A.A.D City del 2012 è considerato all’unanimità il nuovo King della West Coast.

Le origini di To Pimp A Butterfly – titolo che si riferisce alla novella di Harper Lee To Kill A Mockingbird, del 1960 – risalgono al 2012, all’uccisione di Trayvon Martin avvenuta in Florida ed a tutto quello che è accaduto dopo. Da quel momento nella testa di K-Dot – moniker con cui si presentava agli inizi – sono cominciate a girare molte idee su quello che lui stesso, come artista di colore ormai di successo, rappresenti per la sua comunità ma non solo, in una nazione che a torto considerava superata quella ‘questione razziale’ cui, paradossalmente, il primo presidente nero della storia non ha saputo porre un vero rimedio. Dal punto di vista tecnico-produttivo, Lamar si circonda praticamente del meglio che si possa trovare in circolazione. I nomi sono tanti ma per citare i principali ricordiamo Dr. Dre (che è anche un po’ il suo mentore), Flying Lotus, Boi-1da, Pharrell Williams, LoveDragon, Rahki, Terrace Martin, Thundercat, Willie B. e Sounwave. Se conoscete anche un minimo la scena di riferimento, capirete che razza di crew ha partecipato alla lavorazione di questo disco, senza considerare poi chi lo ha affiancato nei vari brani, gente come George Clinton, Snoop Dogg, Rapsody, Ronald Isley, Bilal e James Fauntleroy. Anticipato da una manciata di singoli – tra cui una prima versione di i che di passaggio ha vinto un Grammy – viene descritto dallo stesso King Kendrick come “honest, fearful and unapologetic”. Già roba grossa.

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The black don’t crack.

Questo album lo si è sviscerato in ogni aspetto, sezionato, analizzato politicamente e socialmente, paragonato e già iconizzato. Nonostante ciò l’aspetto musicale di To Pimp A Butterfly è molto forte e si muove ovviamente sul territorio dell’hip hop della Costa Ovest ma risulta profondamente contaminato dal jazz, dall’r&b, dal soul ed in particolare dal funk anni ’70 e dal G-funk dei ’90. A quest’ultima categoria appartengono brani come Alright, King Kunta e l’iniziale Wesley’s Theory. La prima – che si apre con parole prese dal film Il Colore Viola – è forse il momento più solare e positivo sia nei temi che nelle musiche ed il fatto che sia prodotta da Pharrell non è certo un caso. King Kunta invece, se nelle melodie mantiene il carattere funky con elementi discreti di elettronica, è però un upbeat che sottotraccia nasconde una componente razziale molto pesa già a partire dal titolo e dal riferimento a Radici. Vengono citati in ordine sparso Bill Clinton, Michael Jackson (una battuta di Smooth Criminal è ricantata da Lamar) e Richard Pryor, per un pezzo che è magnifico nella sua ferocia celata da un tappeto sonoro vario (corni, chitarra acustica ed elettrica) e da un testo a volte sconclusionato (“King Kunta, everybody wants to cut legs off”) a volte cazzeggiante (il coretto “we want to funk”) ma che dà un’idea solo parziale della ‘pazzia’ di Kendrick Lamar. Follia artistica che si sublima in Wesley’s Theory, song dedicata alle vicende fiscali e giudiziarie di Wesley Snipes (!), e che fa cominciare l’album in una specie di terra di nessuno, un in medias res funk con quello splendido “every nigga is a star” di Boris Gardiner. Alla voce George Clinton e Thundercat al basso, qui si alzano i giri delle rime e FlyLo spruzza qua e là elementi di elettronica ben amalgamati come solo lui sa fare mentre Dr. Dre dà consigli all’MC californiano su come gestire il proprio enorme successo.

Perché in mezzo a tutto il resto questo è un disco profondamente personale, dove Kendrick Lamar si mette più volte in gioco ma a differenza di Good Kid – dove parlava di sé in termini di conflitto e guerra interiore (e della sua città) – il carattere è quasi sempre ironico e l’autocritica è quella di un uomo arrivato, che deve guardarsi dal lato oscuro del successo (“if these walls could talk” è il tema ricorrente di These Walls) così come non dimenticare mai la famiglia ed in consigli che solo una madre può dargli (You Ain’t Gotta Lie (Momma Said)). Altrove l’introspezione si fa più dura e pesante, ci si toglie di dosso un po’ di zucchero e si affrontano le crisi esistenziali che derivano dai risultati del duro lavoro come in Momma, una sorta di viaggio a tratti straziante che ognuno di noi può compiere nella propria mente e che si muove tra il compiacimento per il successo e la ricerca di quel qualcosa che ancora manca: è una donna, sono i soldi, è l’umanità? Su di sé K-Dot fa ancora molte domande senza dare altrettante risposte e quando queste arrivano è per bocca di personaggi della sua vita, come la nonna – interpretata da Bilal – di Institutionalized che canta il clamoroso coro “shit don’t change until you get up and wash your ass” con Snoop Dogg come controvoce.

È un brano che presenta dei velatissimi elementi jazz che invece emergono più forti nei due interludi For Free? e For Sale?; nella prima Terrace Martin al sax ed un Robert Glasper ispiratissimo al pianoforte regalano due minuti di quasi improvvisazione su cui si innesta il fast rap parlato di Kendrick Lamar, molto veloce e difficile, che regala perle tipo “oh America you bad bitch, I picked up cotton and made you rich, now my dick ain’t free” mentre più avanti nel disco sarà la seconda a riprendere sassofono e atmosfere rilassate che fanno da contorno ad uno dei carachter più misteriosi di To Pimp A Butterfly, ossia Lucy, una donna forse l’incarnazione stessa del diavolo come fosse l’ultima tentazione di Kendrick. A spiccare è però u, non solo il contraltare oscuro di i ma anche la canzone più difficile che abbia mai dovuto comporre, piena di momenti oscuri, insicurezze, egoismo, delusioni. C’è del jazz ma è sconvolto e dilatato, comandato nella prima parte da Bilal e dal sax tenore di Kamasi Washington mentre da metà in poi tutto cambia e quel “loving u is complicated” che Lamar rivolge a se stesso si trasforma in un monologo esasperato e schizofrenico. A vederla da questa prospettiva, personalmente non vedo l’ora che le strade di Kendrick Lamar e Matana Roberts si possano incontrare perché credetemi, ne nascerebbe qualcosa di mostruosamente innovativo.

Funk, jazz, introspezione. Tutto vero eh, per carità. Tutte cose presenti e che apparecchiano ottimamente la tavola. Ma se si trattasse solo di questo non capirei nemmeno io il voto che ho dato. In effetti già dalla scelta di mettere sul disco una versione diversa della solare i uscita come singolo, come fosse una registrazione dal vivo e che a metà si interrompe per dare spazio ad una durissima riflessione sugli esponenti della black culture morti di morte violenta, dicevo già da quello si dovrebbe capire che al di là del resto il vero tema portante di questo lavoro sono gli afroamericani intesi come popolo, società civile, cultura che dopo secoli deve, nonostante tutto, finalmente prendere coscienza di sé. Dagli schiavi nei campi di cotone di Complexion (A Zulu Love), con Pete Rock che scratcha e Rapsody che esordisce nel rap dei grandi, all’incontro con un barbone che forse è Dio travestito nella potentissima How Much A Dollar Cost (dove senza troppa fatica si riconosce il giro di accordi di piano di Pyramid Song) è tutto un riferimento alla Black Nation, alla storia dei neri dalle origini ai giorni nostri. Ed è a questo punto che arriva il colpo decisivo sotto forma di quell’animale che è The Blacker The Berry, semplicemente una delle canzoni dell’anno, una pietra miliare nella storia dell’hip hop. Rabbia, fervore e voglia di rivalsa emergono con forza da questi 5 minuti di eccezionali beat, performance al limite del possibile (Assassin dà il bianco nel ritornello) e rime aggressive come non mai. “Six in the morn’, fire in the street, burn baby burn, that’s all I wanna see” equivale ad una chiamata alle armi dopo l’omicidio di Trayvon Martin, ma se da una parte siamo di fronte alla cosa più aggressiva che Kendrick Lamar abbia mai fatto, dall’altra la sua onestà non viene mai meno e lui stesso di definisce “the biggest hypocrite of 2015” perché questo inno nazionale afroamericano non dovrebbe cantarlo lui, ma il suo popolo che soffre.

To Pimp A Butterfly è tra le altre cose un album coraggioso perché si rivolge ad una frazione di popolazione, una parte di una parte. Ovunque ci sono scelte coraggiose, attacchi frontali che in alcuni momenti potrebbero infastidire anche il pubblico di riferimento, ossia quello di colore. Perciò si spiega l’approccio più ironico e farsesco di Hood Politics (che ha un sample di Sufjan Stevens) dove Lamar addirittura si autocritica per lo scarso impegno politico. Ovviamente dopo questo lavoro tutto ciò avrà molto meno senso, perché è probabilmente la parte politica quella che resterà nella storia. Certamente insieme al finale di Mortal Man, un brano che per farvi capire la caratura è stato ispirato da un viaggio in Sud Africa nel 2014 in cui K-Dot ha visitato la prigione in cui visse Mandela. Riflessione su quanto detto lungo i 78 minuti del disco, questo pezzo esamina le prospettive storiche e moderne degli afroamericani con lo stesso trasporto con cui poco prima venivano lanciate invettive tremende. È il modo con cui il rapper 27enne combatte quei demoni che affollano la sua testa e non solo, visto che anche l’album è pieno di fantasmi: di Martin ma anche di Michael Brown, Eric Garner e Tupac Shakur. Sì, 2Pac oltre ad essere il mito e la massima ispirazione per Lamar è anche presente nel finale di Mortal Man come spirito, mentre nella celebre intervista del ’94 rilasciata ad una radio svedese risponde alle domande di Kendrick Lamar che si sostituisce all’intervistatore, e fa di questo un manifesto per la soluzione del problema razziale contemporaneo che recita: Rispetto.

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Lil homie

È un passaggio di consegne simbolico ma non solo, perché forse dopo questo album potremo considerare Kendrick Lamar il nuovo 2Pac, o per lo meno il Tupac della nostra generazione. Un profeta-guerriero insomma, che cerca di risvegliare le coscienze della nazione afroamericana in tanti modi diversi e che parla allo spirito del suo popolo come farebbe un padre, duro quando serve a ricordare di portare rispetto prima di tutto a se stessi se poi lo si vuole pretendere dagli altri, sognatore quando vede all’orizzonte il nuovo Sogno Afro-Americano. Allora anche la copertina assume un senso diverso. Se l’America è una splendida farfalla edificata anche sul sangue degli schiavi neri di ogni epoca, che loro per primi cerchino di conservarla e di essere di esempio per tutti. To Pimp A Butterfly dice questo e tanto altro, in fondo è un album dai livelli multipli impossibile da sviscerare tutto anche in una rece così lunga. Sta di fatto che solo il tempo ci dirà se siamo davanti ad un capolavoro assoluto o solo ad un grandissimo album. Di sicuro, tra Kanye Drake e Jay-Z qua siamo di fronte al biggest hypocrite of 2015.

Biggest hypocrite.

BIGGEST.