Kendrick Lamar – DAMN.

Voto: 9/10

Facciamo così, io eviterei direttamente la parte in cui scrivo il recap per quelli che sono arrivati solo alla fine, e confido che, visto che lo conosce anche mia madre, ormai tutti sappiano chi sia Kendrick Lamar Duckworth. Andiamo dritti al punto: il 23 marzo scorso, l’MC di Compton pubblica il brano The Heart Part 4 in cui ad un certo punto dichiara Y’all got ‘til April the 7th to get y’all shit together”. Poi quel giorno arriva ma porta con sé soltanto l’annuncio che il quarto album in studio, DAMN., sarebbe uscito una settimana dopo, di Venerdì Santo. Non una coincidenza. Da lì in avanti, l’internet è già bruciato una decina di volte, il singolo HUMBLE. è arrivato al n°2 di Billboard, Drake ha visto la sua ‘season’ finire ancora prima di iniziare e, se ce ne fosse ancora bisogno, abbiamo capito con certezza chi sia il più grande rapper sul pianeta Terra.

Registrato in vari studi a Hollywood, Santa Monica e New York, DAMN. è stato pubblicato via TDE, Aftermath e Interscope e co-prodotto da una sfilza impressionante di collaboratori che elencherò di volta in volta, tra cui vale la pena citare Dr. Dre come produttore esecutivo e collegamento nemmeno troppo ideale col rap degli anni ’90. Come per i due ultimi dischi, Vlad Sepetov si è occupato della cover definita ‘carica ed abrasiva’, in questo già emblematica di quello che ci aspetta nei 55 minuti successivi.

L’introduzione di BLOOD. ci sbatte subito molto realisticamente in faccia la filosofica questione dell’eccellenza nera soffocata dal razzismo istituzionale e dalla brutalità della polizia americana. In mezzo ai violini ed al contributo vocale di Bēkon (alias Daniel ‘Danny Keyz’ Tannenbaum) – che produce la track insieme ad Anthony ‘Top Dawg’ Tiffith – Eric Bolling e Kimberly Guilfoyle di Fox News si esibiscono in un grottesco commento all’esibizione di Lamar ai Grammy del 2016. Quel “I don’t like it”, il consapevole rovesciamento di ciò che quel momento ha significato, sono parole tanto scellerate quanto invece è determinante la riflessione sul senso che abbia, oggi, essere ancora buoni in un mondo irrimediabilmente cattivo. Il colpo di pistola che riecheggia segna simbolicamente lo strappo del velo illusorio che avvolge le nostre vite, che ci impedisce di vedere la vera realtà delle cose. In questo percorso di illuminazione, King Kenny non ci porta per mano ma ci spinge letteralmente nell’abisso della successiva DNA., un pezzo che colpisce e fa male, in cui sulle onde di un flow micidiale, rivendica la sua discendenza nera (I got loyalty, got royalty inside my DNA” ) di fronte ai deliri dell’anchorman della Fox Geraldo Riviera e della sua idea che per i giovani afroamericani il rap abbia prodotto più danni del razzismo. E non inganni l’ironia con cui K-Dot decanta le lodi della sua gente (Sex, money, murder – our DNA”): in un assalto frontale come questo non c’è tempo per respirare, figurarsi per ridere.

Tuttavia restringere il discorso alla Black Nation sarebbe colpevolmente riduttivo. Quello che gigioneggia nel languido r&b di YAH. è un uomo che si innalza sulla famiglia e sulla razza (“Fox News wanna use my name for percentage, somebody tell Geraldo this nigga got ambition”) entrando diretto nella sfera religiosa, definendosi israelita e quindi redentore dei soppressi di tutte le epoche e di tutte le nazioni. L’urgenza che esprime ogni minuto di DAMN. è dunque il riflesso di una duplice esigenza. Da un lato, quella di smarcarsi dall’aura trascendente in cui l’avevamo lasciato dopo To Pimp A Butterfly, per cui ora abbiamo un lavoro estremamente più diretto e meno influenzato dal jazz e dalla strumentazione tradizionale suonata dal vivo, mentre rientrano beat lineari, samples e TR-808. Dall’altro, la delusione di chi è arrivato in cima alla montagna più alta, oltre le nuvole, solo per accorgersi di essere tremendamente solo.“Last LP I tried to lift the black artists, but it’s a difference between black artists and wack artists” è l’epigrafe incisa a fuoco su ELEMENT. e su buona parte del disco, l’esatto momento in cui il californiano si riappropria degli stilemi del rap/hip hop tradizionale (If I gotta slap a pussy-ass nigga, I’ma make it look sexy”). Nel brano in cui collaborano Sounwave, James Blake e Ricci Riera (più l’intro di Kid Capri), Kendrick, attraverso gli spazi lasciati vuoti dal piano e dalla drum machine, rinnova la sfida di Heart Part 4 rivolta ai suoi più autorevoli rivali ed in fondo anche a se stesso. Sfida che nell’ormai già classica HUMBLE. – su cui c’è ben poco altro da aggiungere che non sia già stato scritto – raggiunge un’incisività ed una precisione chirurgica senza eguali, merito anche del lavoro di Mike Will Made It, vero valore aggiunto di questo album.

Il producer di Atlanta è anche l’eminenza grigia dietro al miracolo di XXX. ed alla chiacchierata collaborazione con gli U2 che tanto ha, giustamente, spaventato l’umanità. In realtà, insieme a DNA. e HUMBLE., XXX. – oltre ad essere esempio di produzione virtuosa per come riesca ad integrare le varie parti con naturalezza – esprime il potere della semplicità come rinnovato mezzo per veicolare l’immane talento del rapper di Compton. Una semplicità più a livello mentale che tecnico – perché poi, dopo ripetuti ascolti, si percepisce quanto lavoro ci sia sotto anche solo per dare quest’idea in apparenza – ma che permette di gestire le guest-star senza snaturare nessuno dei protagonisti. In LOYALTY. è Rihanna (nel ruolo di Bad gyal RiRi) a duettare con Lamar (nel ruolo di Kung Fu Kenny) – con Terrace Martin, Dj Dahi e Kuk Harrell a fare da preziosissimi ornamenti – in un pezzo che parla del difficile rapporto tra la fede ed il denaro, e che inonderà le radio nella prossima estate. Nella ballad poppy LOVE. la voce femminea di Zacari Pacaldo porta il brano verso un curioso incrocio new wave tra pop ed hip hop, in territorio quasi drakeiano, mentre nella melliflua LUST. Lamar si riprende la scena con l’incredibile versatilità vocale che la natura gli ha donato, accompagnato da mr. Kamasi Washington agli archi, Kaytranada e Rat Boy alle voci ed i Badbadnotgood dietro al mixer.

L’errore da evitare, che a conti fatti sarebbe stato un peccato imperdonabile, era quello di scavare ancora di più nella mitologia (musicale ed ideologica) di TPAB, dopo che già la compilation untitled unmastered. aveva detto tutto quello che c’era da dire. DAMN. non è super politicizzato come il capolavoro del 2015, né così melodico come Good Kid, M.A.A.D City (di cui possiamo dire sia il seguito ideale), ma in alcuni dei suoi episodi migliori è una sintesi dei suddetti. FEEL., sostenuta dal basso di Thundercat, è un abbagliante flusso di coscienza (“The world is ending, I’m done pretendin’. And fuck you if you get offended, I feel like friends been overrated, I feel like the family been fakin”) in cui l’autore riversa le sue meditazioni sull’isolamento dovuto al successo di cui parlavamo sopra. Dubbi che investono la sfera personale e che fanno luce su come lo stesso Kendrick Lamar non si senta più un messia ma piuttosto un martire dannato (I feel like the whole world want me to pray for ‘em, but who the fuck prayin’ for me?”). Un approccio che viene sublimato in FEAR., forse il pezzo più introverso di tutta la sua carriera, nel quale affronta la paura di chi è lasciato solo dalla sua comunità attraverso tre punti di vista differenti.

È dunque un Kendrick Lamar decisamente più spirituale ed umano quello che si affaccia in GOD., un uomo alla ricerca non tanto di Dio, quanto di quello che solitamente Dio rappresenta per le varie comunità del mondo (“This what God feels like”). Tra glitch a 8 bit e duetto con Cardo, GOD. è la ricerca ultima del senso del sacrificio (“Seen it all, done it all, felt pain, more. For the cause, I done poured blood on sword”) di un capo-popolo contro la sua volontà, che ora si scopre mortale. Perché pur non essendo un concept album (ed è la prima volta, almeno da Section.80), il tema della morte e della mortalità attraversa DAMN. da cima a fondo in modo inequivocabile. Se è solo accennato nella gigantesca PRIDE. (“Love’s gonna get you killed, but pride’s gonna be the death of you”) – che si riallaccia alla These Walls di Butterfly – deflagra come mille bombe atomiche che esplodono nella conclusiva DUCKWORTH.. In questo titanico finale gestito in collaborazione con 9th Wonder la classe sopraffina da storyteller di K-Dot viene declinata in un’incredibile storia su quanto il boss della TDE, l’Anthony Tiffith di cui parlavamo all’inizio, sia andato vicino ad uccidere il padre del nostro amato Kung Fu Kenny, rischiando sì di privarci della benefica esistenza di quest’ultimo, ma soprattutto realizzando un corto circuito clamoroso con lo sparo di BLOOD., cui si torna riavvolgendo il nastro di quella che paradossalmente potrebbe essere una qualunque vicenda di un qualunque uomo afroamericano (Just remember what happens on Earth stays on Earth! We’re going to put it in reverse!”) nato a Compton, California.

Diciamoci la verità, chi tra noi si sarebbe aspettato un altro passo di queste dimensioni verso la leggenda dopo TPAB? DAMN. riesce nell’impresa di non essere solo un altro capolavoro nella discografia di Kendrick Lamar, ma di esserlo in maniera inaspettata e tradizionale allo stesso tempo, come un ponte sospeso fra passato e futuro. Tra i tanti doni che fa, questo album ci consegna un artista in uno stato di grazia che pare non avere fine, che ci rivela canzone dopo canzone un aspetto diverso della sua complessa personalità; uno Zarathustra, che torna dalla montagna per salvare le nostre anime, dopo averci indicato la strada per salvarci il culo. A questo punto ogni confronto con chiunque sarebbe imbarazzante, ma in fondo non ce n’è nemmeno bisogno. Kendrick vive e forse ha sempre vissuto di se stesso. It was always me versus the world, until I found it’s me versus me”: dentro di lui ci sono infinite vite in lotta fra loro, ogni volta che una di queste muore si accende un sole nel nostro universo.