It is happening again: Twin Peaks (1990/1992/2007)

Viviamo nell’epoca del revivalismo e tutto torna dal passato. Alcune cose ce le eviteremmo tranquillamente, altre sono attese dai tempi in cui internet non esisteva ancora. A questa seconda categoria appartiene senza dubbio la nuova stagione di Twin Peaks, la celeberrima serie tv di David Lynch e Mark Frost che andò in onda nel biennio 1990-1991 e che cambiò radicalmente non solo il modo di fare ma anche di pensare la televisione. Il clamoroso successo di quel prodotto lo si deve anche alla sua magnifica colonna sonora, articolata in più raccolte, e che a tutt’oggi rimane un vertice insuperato della musica colta adattata al piccolo schermo.

Il newyorchese Angelo Badalamenti era già un compositore abbastanza noto quando la sua strada incrociò quella di Lynch, che gli propose di firmare il commento sonoro al film culto del 1986 Velluto Blu. Tra i due nacque un sodalizio che ha pochi eguali nella storia dello spettacolo; divennero uno il completamento dell’altro ma soprattutto Badalamenti era ed è ancora il solo che riesca ad incanalare alla perfezione le visioni oblique ed oniriche del regista del Montana. Così è del tutto naturale che all’alba del nuovo decennio, quando si rende necessario dare una colonna sonora al nuovo progetto di Lynch, il musicista di origini italiane sia il prescelto dopo che sue erano state anche le musiche di Cuore Selvaggio. C’è un video che esprime al meglio l’unicità e la simbiosi della collaborazione fra i due. Un documento unico e quasi commovente che più di tante parole raffigura plasticamente la genesi di ciò che poi fu Twin Peaks.

Un cadavere di ragazza avvolto nella plastica viene ritrovato sulle sponde di un fiume, una cittadina nel profondo nordovest dello stato di Washington al confine col Canada dove vive una comunità all’apparenza pacifica che nasconde un’infinità di segreti, spiriti ancestrali nascosti nei boschi, un detective dell’FBI, gufi, caffè e torta di ciliegie sono solo alcuni degli elementi che compongono il mosaico di Twin Peaks, cui Badalamenti deve dar vita dal punto di vista sonoro. Gli studi di New York vedono l’autore impegnato fra piano, sintetizzatori, orchestrazione, arrangiamenti e produzione, mentre il regista co-produce e firma i (pochi) testi.

Il punto di partenza è indubbiamente classico ma a colpire è l’efficacia con cui pianoforte ed archi si uniscono ai synth di Theme/Falling, il tema più noto dell’album e che valse a Badalamenti un Grammy. In chiave minore, sia la versione strumentale che quella cantata da Julee Cruise vivono di anticipi sovrapponendo ad una base vagamente oscura e minacciosa ariose aperture di purezza melodica abbagliante. Più a fondo scava Laura Palmer’s Theme, brano greve e livido, perfetto nell’esprimere tutta la cupa tragicità del personaggio nei toni bassi ed allo stesso tempo nel ritrarne la candida bellezza quando il piano innalza e tutto diventa struggente.

Laura è insieme la reginetta della scuola e la peccatrice che ama perdersi la notte nei boschi. Questa dicotomia totale tra bene/male, bianco/nero, che per estensione è il fulcro di tutta la serie tv, si ritrova qua e là nel disco, in cui a momenti scanzonati e seducenti come Audrey’s Dance – dove con sax, clarinetto e organo si sperimenta tra jazz e lounge – o la bluesy Freshley Squeezed se ne alternano altri dissonanti come l’ambient di Night Life In Twin Peaks o sinuosamente schizofrenici come il free-jazz di The Bookhouse Boys.

Quest’ultima in particolare dà l’occasione per citare alcune preziose collaborazioni tra cui spiccano Grady Tate alla batteria, Vinnie Bell alla chitarra elettrica, Al Regni al sax tenore, Eddie Daniels ai fiati (il suo flauto ci accompagna durante il Love Theme) ma soprattutto Julee Cruise alla voce. La cantante/attrice dell’Iowa è il MacGuffin definitivo di Lynch su pellicola mentre Badalamenti le concede ben tre apparizioni con altrettanti brani che faranno parte del suo album più famoso Floating Into The Night. Se The Nightingale è un pop noir che non avrebbe sfigurato in Velluto Blu, Into The Night assume connotati più dreamy mentre la sopracitata Falling l’ha incredibilmente consegnata alla storia.

Mai come in Twin Peaks la musica entra direttamente sulla scena, anche nei momenti chiave, ed è essa stessa un personaggio, una sorta di voce narrante. Si vede più volte la Cruise e la sua band esibirsi sul palco della Road House, mentre Dance Of The Dream Man conclude il finale della terza puntata, quella del sogno di Cooper 25 anni nel futuro e del Nano più famoso del piccolo schermo, che non sarebbe stata la stessa senza quell’assurda conclusione. Chi di noi non ha mai schioccato le dita al ritmo di questo brano cool jazz eppure, oltre al profondo senso del surreale che restituisce, Dance Of The Dream Man cristallizza l’idea del jazz come genere viscerale ed archetipo, perfetto per concetti primitivi come paura, amore, violenza, natura, elettricità e quant’altro stia all’essenza stessa di Twin Peaks. Dove, è bene rammentarlo, nulla è come sembra, proprio come con il jazz: un’improvvisazione che in realtà nasconde strutture razionali, metriche serrate che in un attimo esplodono in fantasiose visioni. La colonna sonora della prima stagione del capolavoro di Lynch resta incastonata nella storia perché vive l’eterna sospensione tra quello che è ed il suo opposto, tra il sogno e la veglia.

Il 1992 è l’anno di Fuoco Cammina Con Me il film che, dopo la prematura cancellazione della serie con la fine della seconda stagione, avrebbe dovuto chiudere i conti con Twin Peaks ed il suo mondo incantato. Ma si sa, con David Lynch non si può predire granché. Invece di dipanare i misteri e fare finalmente un po’ di chiarezza, la pellicola si addentra ulteriormente nel lato oscuro di città e personaggi, moltiplicando le domande che rimarranno – almeno fino alla nuova stagione – senza risposte. La colonna sonora, le cui registrazioni vengono effettuate anche in California, risente solo in parte della confusione e della scarsa riuscita di FCCM: pur non essendo all’altezza insostenibile dell’album precedente non mancano episodi notevoli e destinati a rimanere impressi nei cuori dei fan.

La prima parte vale il prezzo del biglietto, forte di un mood crepuscolare e dell’omogeneità di un jazz sui toni del blu notte. L’immancabile Theme, baciato dalla tromba malinconica di Jim Hynes, deriva da quello di Laura ma è al contempo cinematografico come i vecchi noir infarciti di indolenza e nightclub. Passando per l’allegro intermezzo di The Pine Float si arriva ad uno dei momenti cruciali, Sycamore Trees. Non si capisce perché si trovi in questo LP visto che si sente (e si vede) per la prima volta all’inizio della famosa sequenza finale nella Loggia Nera che chiude la serie. Con testi scritti dallo stesso Lynch, vede l’evocativa voce da controtenore di Jimmy Scott accompagnare piano, sax baritono e basso acustico tra vibrato e glissando, effetti che rendono ottimamente l’idea dello scorrere anomalo del tempo nella Loggia. In Don’t Do Anything (I Wouldn’t Do) Bill Mays è al piano e Jay Hoggard al vibrafono a testimonianza di un lavoro certamente più corale ed ora condiviso con un vero e proprio ensemble di musicisti.

La seconda parte è più eterogenea e vive di episodi. Ben quattro brani sono arrangiati da Lynch, fra i quali vale la pena menzionare The Pink Room – sporca e rock, fa da sottofondo ad una delle scene più disturbanti del film – e la docile Best Friends, strumentale per pianoforte che si stacca dal resto per dolcezza. Altrove, Julee Cruise torna col dream pop di Questions In A World Of Blue, pezzo toccante ed emozionante posto a commento della scena del pianto di Laura alla Road House prima della discesa all’inferno con Donna, Jacques Renault e gli altri due ragazzi: l’ultimo vero momento di purezza della vita dell’ex reginetta della scuola. Attraverso l’ottima Moving Through Time ed il collage di Montage From Twin Peaks arriviamo al gran finale di The Voice Of Love, un quasi assolo di sintetizzatore in cui Badalamenti ci strazia il cuore mentre Laura trova la sua catarsi, quel lieto fine che in Twin Peaks mancava. Una parentesi triste e felice, in un album altrimenti corroso e decadente, riflesso oscuro dell’assai più caleidoscopica cittadina del Nord-Ovest.

David Lynch non ha mai avuto fretta, questo lo sappiamo. Fedele alla linea, sono dovuti passare ben 15 anni per vedere pubblicata la soundtrack della seconda stagione dal titolo barocco Twin Peaks Music: Season Two Music And More. Si tratta di una ventina di brani per la maggior parte piuttosto brevi che pescano dai 30 episodi della serie originale non aggiungendo né togliendo nulla a quanto già rilasciato. I protagonisti sono gli stessi di Twin Peaks: Fire Walk With Me, i pezzi si snodano tra temi dedicati ai singoli personaggi – Shelly, Audrey’s Prayer, Harold’s Theme, Josie And Truman, Packards’ Vibration – ed escursioni in territori ancora non calpestati, come High School Swing o l’indimenticabile Hayward Boogie.

Ancora, se I’m Hurt Bad era già accennata nell’episodio pilota, Blue Frank – chissà quanto involontaria citazione di Velluto Blu – è la sorella gemella di Pink Room, mentre l’accoppiata Night Bells e Just You non può che far scendere una lacrimuccia ai fan più devoti. Personalmente ho un ricordo di me bambino incantato da Hook Rug Dance e terrorizzato da Dark Mood Woods/The Red Room ma sono solo frammenti di memoria, suggestioni evocate da musiche che Badalamenti ha piantato nelle nostre teste quasi 30 anni fa e che sono germogliate nel tempo.

Oggi andranno in onda in Italia le prime puntate di Twin Peaks: The Return e giustamente il mondo non parla d’altro. In qualunque direzione Lycnh e Frost avranno deciso di andare, mi sembrava doveroso ripercorrere un pezzo di storia della televisione attraverso un pezzo di storia delle colonne sonore. Ci sarebbe stato tanto altro da dire, magari sui The Twin Peaks Archive – più di 200 tracce inedite fra demo e versioni alternative uscite sul sito del regista tra il 2011 ed il 2012 che sono il sogno bagnato di ogni collezionista – o sulla collaborazione tra Lynch e Badalamenti che è proseguita negli anni donandoci perle come Strade Perdute o Mullholland Drive.

In realtà quello che è stato fatto per Twin Peaks ad ogni livello, visivo sonoro e metafisico, parla per sé: ci sono state altre musiche che hanno segnato gli anni ’90 della tv (pensate solo al tema-killer di X-Files) ma nessuno ha mai alzato l’asticella a questi livelli di perfezione. Il regista visionario ed il produttore lungimirante – al di là dei problemi che possano aver avuto e che fanno ormai parte della storia – già allora avevano capito che il medium televisivo sarebbe stato il nuovo cinema. Erano troppo in vantaggio sui tempi, ed ora che la loro profezia si è avverata non ci resta che sederci, guardare e farci guardare dentro. Il mio desiderio è che alla fine alcune domande restino senza risposta perché come lo stesso Lynch ci spiega nelle scene finali della serie, alcune scatole non devono essere aperte, come certi segreti devono rimanere tali: solo così, nell’attesa di qualcosa che non arriverà mai, altre musiche potranno sondare gli abissi della nostra natura.