Gap Dream – This Is Gap Dream

Gap Dream - This Is Gap Dream

Voto: 7/10

Di Gabriel Fulvimar aka Gap Dream ho già raccontato l’incredibile storia di come dal nulla sia arrivato ad incidere un album per la Burger Records, e successivamente quella un po’ più classica del sophomore di successo incensato dalla critica. Quando pareva che la fantozziana nuvola della sfiga gli si fosse definitivamente tolta da sopra la testa è successo qualcosa. Invece di aver incassato i dividendi di Shine Your Light passando le giornate nelle piscine delle ville di Bel Air o, che so, facendo il producer a tempo pieno per le nuove leve della Burger, Fulvimar non si è mosso da dove lo avevamo lasciato, ossia il magazzino pieno di dischi a Fullerton. In compenso è ancora più asociale, contorto, depresso ed in crisi di prima. Ed ha pubblicato il suo terzo album, This Is Gap Dream.

Alcune fonti (ovviamente inattendibile perché sempre tudefade) parlano di due, altre di ben tre anni di lavorazione per il primo disco totalmente autoprodotto da parte del nativo dell’Ohio. La confezione patinata e glam dell’ultima fatica viene messa da parte per una sorta di ritorno alle origini, in cui impera – in verità fin dalla cover – un minimalismo cupo in cui si alternano indie-pop, synth (Moog) elementari a palate, qualche chitarrina da bubblegum anni ’60, brevi rimandi al rock and roll dei ’50 ed al g-funk. Insomma un lavoro eterogeneo, senza un preciso costrutto in mente. Il che non è necessariamente un male, soprattutto se si lascia spazio all’ispirazione. Il fatto è che qui lo spazio se lo prende la complicata personalità di Fulvimar e finisce che i rimandi dichiarati a Lou Reed e Led Zeppelin sono soffocati dall’autoanalisi sul lettino dello psichiatra.

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Senza dubbio il più personale che Gap Dream abbia mai composto, quest’album nasce da una serissima crisi esistenziale di un 35enne che pensava di non trovarsi nel posto in cui si trova ora. Per chi come me lo segue sui social, i segni di qualche scompenso c’erano già, ma quando poi te li ritrovi nero su bianco in brani come College Music o 24 Hour Token allora capisci che forse era già davvero tutto in quei brevi video in cui straparlava da strafumato. Che poi questi siano due dei pezzi migliori non è un caso. Il primo – già singolo di lancio – riecheggia il rock di cose come Generator, vi aggiunge la solita melodia orecchiabilissima più testi diretti e pesantucci (“Too many soft machines, no relation to the world. Unnecessary walls, don’t ask me for shit, son”). Il secondo ne prolunga il mood portando l’alienazione di Fulvimar in territorio quasi metafisico, per cui verso la metà alle frustrate liriche personali (“This is for the world I can’t ignore, the one that screams for more”) si intersecano quelle della preghiera della serenità, spesso usata nei programmi di recupero dalle dipendenze.

Allora il punto di maggiore interesse rischia di diventare la crisi di mezza età anticipata del nostro eroe, la sua confusione ed il suo inguaribile isolamento dal mondo. Quando funziona è ok, quando non va sono cose tipo 153 – che spiega perché un riff di chitarra non basta a fare di qualche nota una canzone – la dissonante conclusione di A Stranger To Myself oppure Party Foul, momento super fuzzato in cui si intravede per lo meno la teorica volontà di reinvenzione personale (“Unlock the mind, I don’t want to use drugs”). Il problema è che musicalmente nessun discorso viene portato avanti rispetto al passato; il ritorno al lo-fi (apparente ok, ma la produzione tira davvero fuori il massimo da quel poco che ha) non è supportato dall’inventiva né dalla necessaria qualità per far sì che canzoni come Rock And Roll, Jacky o Shy Boy superino la soglia del citazionismo 80’s e 50’s in modo da aspirare a qualcosa di più dell’essere discretamente indie.

This Is Gap Dream è un disco che, ormai lo si è capito, si rivolge in gran parte quasi esclusivamente al suo stesso autore. Vive e muore sulla sua tormentata rappresentazione di essere umano fuori posto nel mondo. Come se le sue pur notevoli capacità di sound-maker – l’uso di suoni del Super Nintendo nell’iniziale e strumentale Greater Find sta lì a dimostrarlo – non fossero più focalizzate verso il riscatto ma si chiudessero in spirali e vortici oscuri. Di contro Fulvimar sa ancora come rintanarsi qua e là in qualche nicchia confortevole, dove la sua classe di producer riesce a farsi strada negli ingorghi della mente per dare alla luce cose come Golden Shoes – illuminante momento psych fatto con poco ma trascendente, ispirato e completo – Modern Rhythms – sinfonia elettronica sulle nevrosi tecnologiche – e la strumentale Judy Let Me Roam. Ma sono episodi che si rifanno molto a cose già sentite nei suoi LP precedenti, messe quasi come pezze per un lavoro altrimenti solo sufficiente.

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Dunque, tirando le somme, avrei voluto parlare della completa evoluzione del progetto Gap Dream mentre mi trovo a doverne registrare un deciso passo indietro. Il suo album più dark, quello che doveva essere appiccicoso come il catrame piuttosto che come una gomma da masticare, si risolve in un lavoro onesto, grezzo ed istintivo, ma più valido tematicamente che musicalmente. A me che in un certo senso ho sempre avuto a cuore la sua parabola artistica ed umana spiace vedere le qualità di Gabe Fulvimar annacquate da una condizione personale difficile che lo ha portato a scelte per lui banali e ripetitive. Da quel che sembra la Burger lo sta comunque aiutando ma c’è una lezione che si può imparare da tutto questo: se sei un gigantesco talento innato puoi drogarti un po’ come ti pare, al contrario limitati, fatti portare per mano e lavora sodo. Altrimenti rischi davvero di non uscire mai più da quel garage.