Fuck Buttons – Slow Focus

Tipo, il gioiellino
Tipo, il gioiellino

Voto: 7,5/10

 

E’ l’album del momento. Tutti ne parlano, con cognizione o meno, giovani e vecchi, uomini e donne, fan della prima ora e ultimi arrivati; e allora facciamo subito un passo indietro e vediamo di chi stiamo parlando.

I Fuck Buttons sono un duo che fa musica elettronica sperimentale, formatosi a Bristol nel 2004. Si chiamano Andrew Hung – inizialmente influenzato da gruppi tipo gli Aphex Twin – e Benjamin John Power, già fan dei Mogwai. Se si viene dalla città che ha dato i natali a Massive Attack, Portishead, Tricky ed al Trip Hop in generale, allora mangi contaminazione dal mattino alla sera. Ed infatti agli inizi la coppia comincia ad usare una grande varietà di strumenti, inclusa una tastiera Casiotone ed un karaoke per bambini della Fisher-Price; si capisce come i loro primi esperimenti musicali fossero tanto goffi quanto confusi e se li filassero in pochissimi. Poi la svolta, con la conoscenza del ‘beat’ e della Trance music, e la gente che comincia realmente ad interessarsi a loro.

Arriva quindi il primo album, Street Horrrsing, pubblicato il 17 marzo del 2008 e prodotto da John Cummings dei Mogwai. E’ chiaramente il suono di una band ancora in fase di sviluppo, un noise sovraccarico di drones ondulanti e dall’ incedere techno, reso ancora più chiassoso da effetti vocali esagerati e tamarrissimi. A breve giro fu seguito da Tarot Sport, uscito nell’ottobre del 2009 e questa volta prodotto da Andrew Weatherall. Qui la visione dei due inglesi diventa più chiara, cristallina; introducono elementi di krautrock e i loro brani – che si muovono assai lentamente – ispirano grandi emozioni, un senso di maestosità misto a stupore. E’ senza dubbio l’album della svolta, più ambizioso e ampio e ben due tracce, Surf Solar e Olympians, vengono suonate nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra 2012. Arrivati ai margini del mainstream, la loro prossima mossa diventa oggetto di curiosità un po’ per tutti.

Siamo al 2013, Hung e Power si mettono dietro al mixer e decidono di produrre personalmente la loro terza fatica:  Slow Focus vede la luce il 23 luglio. Le loro intenzioni appaiono subito chiare: i F***k Buttons vogliono spiazzare l’ascoltatore provocando una maggiore varietà di sensazioni differenti; il contrasto fra momenti interiorizzanti e spinte centrifughe è, qui, più netto che in qualsiasi loro altro lavoro.

A dimostrazione di ciò Brainfreeze inizia con un loop di batteria  metallico, teso, che martella duramente e avvolge ancora prima che vi si unisca il riff di un synth distorto che dà subito quel senso di alienazione che accompagnerà tutto l’album. Per contrasto, Year of the dog si svolge su un tappetto allegro, quasi giocoso, di differenti synth effects che si muovono in direzioni divergenti come in uno spazio aperto. In alcuni momenti ricorda i Daft Punk di Tron, ma qui è tutto un pulsare di vita, quasi un ribollire di acqua che lentamente fluisce, come piacevole intermezzo, tra la prima e la terza traccia. The Red Wing è il primo momento da ricordare. Introdotto da un assurdo beat quasi rap che sembra alludere ad un momento più solare, lucente, vira subito verso la cupezza di droni oscuri e inquietanti che, col loro incedere fatto di alti e bassi, potrebbero benissimo fare da la colonna sonora per una stella morente nel silenzio assoluto dello spazio profondo. E’ un pezzo seducente, con un groove che lascia al contempo angosciati e straniati. Si percepisce un avvicinamento all’hip-hop più elettronico e Sentients diventa così la stanzetta dei giochi dove il Kanye West di Yeezus incontra una realtà fatta di fottuti androidi doloranti che, col loro mormorio ripetitivo, ipnotizzano come nemmeno il miglior Carpenter saprebbe fare. Prince’s Prize: è forse il momento più da dancefloor dell’intero album. Dub, arpeggi impazziti, rombi di laser come sulla Morte Nera e di nuovo beat simil hip-hop si riuniscono in una traccia che in un altro album sarebbe addirittura ballabile. Ma ci pensa immediatamente la successiva Stalker a spegnere l’entusiasmo da disco-party. Personalmente è il brano che preferisco, forse il punto più alto in assoluto della loro carriera. Dentro c’è tutto. I FB uniscono tante di quelle cose in questi dieci minuti che è quasi difficile tenerne il conto. Riescono a creare un’atmosfera cupa, da pericolo imminente, facendo tornare alla mente I Goblin e quello che riuscivano a fare quando andavano a braccetto  col regista che fu  con Dario Argento. Poi ci sono il Vangelis di Blade Runner, il synth di Moroder e la visionarietà di Ligeti che si fondono per creare una musica da immagini post apocalittiche di città in rovina, di paesaggi tutti uguali a se stessi e perciò spaventosi. Non c’è nulla di umano qui, non ci sono sentimenti né sensazioni. E’ un incedere di droni, un ‘lento focalizzarsi’ su una realtà  spoglia, fredda e sconfinata. Si chiude con Hidden XS, brano che richiama vagamente proprio i Mogwai, con la sua melodia delicata ma straziante e quel tipo di tensione apparentemente innocua che sale lentamente.

L’album numero tre dei Fuck Buttons porta la loro britannicissima musica elettronica verso nuove forme.  Vi sono elementi tecnici che hanno similitudini coi loro precedenti lavori, è vero, ma la sensazione che si prova è più oscura e molto più intimista. Sembra quasi che Slow Focus prenda il meglio dei due primi album per esplodere letteralmente in un sound eterogeneo anche se non originalissimo, capace di risuonare al meglio nei grandi spazi aperti.  Power e Hung chiudono un cerchio creato cinque anni fa; non fanno (per ora) il capolavoro della loro vita, ma producono uno degli album più emozionali che vi possa capitare di ascoltare quest’anno.

Video: Fuck Buttons – The Red Wing