Factory Floor – Factory Floor

(Nota: dal momento che oltre al blog mi succede di collaborare con un sito ‘serio’ , potrà capitare che alcune mie recensioni le possiate trovare qui come altrove. Visto che sono scritte da me non c’è comunque alcun problema, ma volevo dirvelo. Questa è stata in parte rieditata per venire incontro alle superiori capacità mentali dei nostri lettori, che sono i più fighi della storia).

Voto: 7,5/10

Come in un famoso film degli anni ’90 e mi hanno detto anche nella Bibbia, ci sono sette vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia. Personalmente ne ho 4 su 7, ma col cazzo che vi dirò quali sono. Però posso spiegarvi perché i Factory Floor pur essendo accidiosi da fare schifo hanno fatto un album così, con un voto così.

La band – con una formazione composta da Gabriel Gurnsey, Dominic Butler e Mark Harris – nasce nel 2005 a Londra e non pubblica alcunché fino al 2008 quando escono il singolo Bipolar, un qualcosa a metà strada tra Joy Division e The Fall, e l’EP Planning Application. Si ammazzano di lavoro in studio e giusto l’anno successivo esce un altro EP Talking On Cliffs, dopo che il trio ha firmato per la Blast First Petite Records. Facendo un attimo il punto della situazione, abbiamo un singolo e due mini-album in 4 anni di vita. Terrence Malick puppa duramente.

Alla fine del 2009 Harris lascia, ma bisogna aspettare l’arrivo della sostituta Nikki Colk Void – proveniente dai KaitO – per avere i primi lavori degni di nota, ossia il doppio singolo A Wooden Box che include un remix della title track a firma Stephen Morris e l’EP Untitled, che viene descritto come un terrificante frastuono che stanca i nervi e per questo motivo l’NME, coerente come sempre, stampa un bel 9/10 a fine recensione. Da sottolineare il simpatico episodio per cui la band spedisce un cd a Morris stalkerizzandolo pesantemente perché lui ne tiri fuori una sua versione remixata. Non è così simpatico, ma volevo distrarvi dalla mancanza di informazioni musicali. C’è da dire che i Factory Floor il culo se lo fanno dal vivo, andando in giro per l’Inghilterra e l’Europa facendo una marea di show, che entusiasmano gli spettatori e fanno in modo che si crei un certo seguito intorno alla band.

Il sound del trio è, dunque, in continua evoluzione e nel 2011 (e sono passati altri ventiquattro mesi) vedono la luce due singoli di grande impatto, R E A L L O V E e Two Different Ways. A due anni di distanza arriva, finalmente!,  il momento dell’album di debutto che viene anticipato, a gennaio, dall’uscita del brano Fall Back. Sono passati 8 anni in tutto, così tanto per sottolinearlo.

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L’accidia

Prodotto e registrato negli studi della band nel nord di Londra col supporto di Timothy ‘Q’ Wiles (VCMG, Afrika Bambaataa), Factory Floor è un album che complessivamente risente dell’influenza dell’etichetta DFA per la quale i tre hanno firmato un paio d’anni fa e si dimostra più accessibile di quanto ci si potesse aspettare, anche alla luce della collaborazione nel 2010 con Chris Carter già nei Chris & Casey e soprattutto nei Throbbing Gristle, che ha dato una forte impronta industrial al sound del gruppo. Negli anni intercorsi dalla loro fondazione, i Factory Floor hanno avuto modo di farsi le ossa in numerosi live show, mentre spogliavano la loro musica del noise caotico ed aggressivo delle prime produzioni così da mostrarne l’essenza incredibilmente variegata, fatta di techno minimale, disco, post-punk, electro, dub e – punto fondamentale – dancefloor, senza però risultare in debito con nessun genere in particolare.

Dopo questa sfilza di generi è facile capire come l’eclettismo del gruppo potrebbe confondere, ma Here Again attenua in parte quest’effetto, presentandosi come la canzone forse più immediata dell’album; un’inarrestabile marcia ascendente di arpeggi e di affascinanti linee di synth, dove il beat metallico di Gurnsey (che quando non riposa sul divano suona batteria e drum machine) contrasta con una performance vocale angelica e sorprendentemente sincera, e dà vita a quella che si potrebbe considerare la loro prima canzone (quasi) pop. Altrove, resta immutato il loro marchio di fabbrica fatto di percussioni incessanti, synth nevrotico e positivamente monotono, e vocalità robotiche. Questi elementi si mischiano e collidono in Turn It Up, una traccia assai minimale, quasi tribale, che parte frenetica a 164 bpm per scendere rapidamente a 124 bpm, quando entra in scena Nik Colk (che quando non soffia nelle cannucce, canta e fa uso di chitarra) con una voce carica d’effetto che oscilla continuamente tra i generi – maschile e femminile – e gli stati della materia – ora è carne ora è circuiti – fino a renderla simile ad un androide minaccioso.

Factory Floor è un fottuto esordio speciale perché la band, che si diverte e vuol far divertire, riesce ad incanalare al meglio la forza esplosiva dei live, resistendo alla tentazione di eccedere col rumore e plasmando canzoni come Fall Back, sicuramente il momento più alto dell’album – dove il gruppo si mostra brutale come mai prima d’ora – e perfetta amalgama di ciò che il trio è stato ed è tutt’ora. La canzone prende letteralmente vita grazie a linee mai così acide – per gran parte merito di Dominic Butler (che quando non guarda le biciclette suona basso e modular synths) – una drum machine vitale e propulsiva, ed un sound ibrido che ipnotizza attraverso il mantra recitato dalla Void. C’è ripetizione, è vero, ma il segreto è che nessuno sembra accorgersene, poiché la band dà sempre sensazioni confuse e destabilizzanti. Così Two Different Ways – presente qui, come la precedente Fall Back, in una nuova versione rispetto ai singoli – viene smontata e ricostruita con maniacale cura per i dettagli, riuscendo a suonare stupefacente anche a distanza di due anni; si tratta di un freddo, quanto obliquo, cenno alla scena house di Chicago, che avvolge i sensi e li bombarda con effetti, echi di suoni e rumori, e porta definitivamente l’ascoltatore nell’universo oscuro del trio londinese. Anche nei momenti leggermente sotto la media – tipo in Work Out ed in parte in How You Say – i Factory Floor sanno sempre innovare piuttosto che limitarsi ad imitare.

Sono pigri, sono svogliati in studio e indolenti da prenderli a pizze in faccia, ma Factory Floor se la gioca comodo per il titolo di esordio dell’anno. E’ un album potente, intriso di energia cinetica che spinge sempre in avanti, ma è altresì minimale e arioso; un viaggio sempre in costruzione, con un costante senso di confusione ed instabilità, incentrato su un sound che intrappola l’ascoltatore nella sua ragnatela metrica e sonora.

Un grandissimo cinque alto a Butler, Cork e Gurnsey allora, che riescono a convincerci che sia valsa la pena aspettare così tanto per un esordio davvero entusiasmante, che abbaglia e narcotizza con la sua bellezza artificiale.