Depeche Mode – Spirit

Voto: 7/10

L’approccio al disco di una band che è stata simbolo di una generazione è sempre un affare assai complicato da gestire. Li vedi uscire dalle fottute pare..-vabè- quei fan della prima ora pronti a liquidare tutto un flusso di pensieri e sensazioni  con un incontrovertibile “Eh però non sono più quelli di una volta”.

Potrebbe finire tutto qui, esaurirsi in una battuta che dice tutto e niente, segnando senza riserve il futuro di chi vogliamo ricordarci solo nel suo glorioso passato.

Certo, dopo gli ultimi due album – Sounds of the Universe nel 2009 e Delta Machine nel 2013 – un po’ meh, è stato facile puntare il dito contro i Depeche Mode e catalogarli come un altro di quei gruppi che ormai possono appendere le scarpette al chiodo. Io per prima non mi sono fatta scappare l’occasione di farci due battute sopra e tutt’ora confermo il meh per questi due dischi che – non me ne voglia Ben Hillier – sono perfettamente trascurabili nella carriera di chi ha dominato le classifiche a suon di synth pop, pop rock, new wave e chi più ne ha più ne metta.

Detto ciò, dall’altra parte della medaglia ci sono indubbiamente tutti meriti che vanno dati al trio di Basildon per aver sempre fatto girare per più di trent’anni una giostra inarrestabile e che, ancora una volta, offre un giro a tutti i curiosi, sia di prima che di ultima ora.

A stuzzicare ancora di più questa curiosità c’è in primis il cambio in regia che vede il produttore Ben Hillier, dicevamo, passare il testimone a James Ford che di certo non ha bisogno di presentazioni (Arctic Monkeys, Florence, Mumford & Sons, ok?).

We are not there yet. We have not evolved. We have no respect. We have lost control.

Inizia a suonare con queste parole Spirit, un disco che ancora una volta vede i DM alle prese con i loro umori cupi e tesi, chiusi in synth rock sporchi ed esageratamente drammatici. Tutto mira a impostare un’atmosfera ben precisa, come a dire: preparatevi, la fine del mondo è vicina. Su questa stessa linea sonora arriva il singolo Where’s the Revolution che sin dal titolo aveva fatto ampiamente intuire che questo sarebbe potuto essere un disco politico, volto a empatizzare con i malesseri generali che sta vivendo il mondo intero. Il sospetto viene confermato man mano che le tracce si susseguono, sempre con una certa omogeneità, a dire il vero.

L’intimismo agrodolce di The Worst Crime incanta prima di lasciare il posto alla rabbia canalizzata in Scum, uno dei pezzi che più risente (positivamente) della firma di Ford. Ma questo è il loro territorio da sempre e ci sguazzano senza troppi sforzi o cambi di scena. Tutta questa oscurità claustrofobica viene ossigenata solamente a sprazzi con episodi più ammalianti e carichi come Cover Me e You Move. Addirittura per chi ha nostalgia di pezzi “plateali” come Enjoy the Silence e Barrel of a Gun, troverà soddisfazione in So Much Love, il momento più pop del disco.

A prescindere dal gradimento o meno dei brani, la cosa certa di Spirit è che il contributo di Ford ha dato una svegliata e una sferzata al sound che stavolta si apre e si riveste di tutti quegli elementi congeniali al trio inglese. Ci sono scintille sparse qua e là in questi tre quarti d’ora di musica, tanto familiare quanto attuale. I synth analogici frizzano e parlano chiaro: dopo più di trent’anni, un giro sulla giostra dei Depeche Mode può avere ancora  il suo perché.