David Bowie – ★

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Voto: 8/10

Potrei scorrere più e più volte le dita tra i suoi dischi che ho a casa. Potrei lasciarli suonare per ore e attraversare un vero e proprio pezzo di storia, di correnti, di mode, durato cinquant’anni insieme a lui. Ma quei dischi ora sono a 700 km di distanza da me.

Per fortuna l’era digitale ha fatto sì che le distanze e questo tipo di problemi si possano ridimensionare. Questa è, ahimè, la magra consolazione dopo il primo giorno più nero di questo 2016.

Sapete, mi fa troppo strano scrivere la parola morte. Quelli come lui mica muoiono? Ma quando? Ma dove? Per quelli come lui a un certo punto non esistono più le dimensioni di tempo e spazio. A un certo punto si va oltre.

Oggi parlare di ★ non è come averlo fatto ieri. Oggi ti abbaglia tutta la sua epicità e profondità in un modo che prima non avresti mai potuto concepire così: dietro le misteriose e tese atmosfere di questa opera, ecco l’ennesimo stupefacente atto di scena, quello conclusivo, di colui che nel corso degli anni ha saputo evolversi e sperimentare con tutto e tutti.

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Se tre anni fa The Next Day è stato visto e accolto come un inaspettato ma tutto sommato buon ritorno, ★, uscito lo scorso 8 gennaio, il giorno del suo 69° compleanno, ha spiazzato di nuovo tutti facendo presagire l’inizio di una nuova fase per l’ex Duca Bianco, ispiratissimo e presissimo da questo ennesimo passo in avanti della sua ricerca evolutiva che, dagli anni ’80 in poi, sembra che abbia sempre costruito e ampliato un po’ alla volta per arrivare a questo risultato. È un po’ come una strada a doppio senso: una corsia per tornare indietro nel tempo, ai richiami dei tempi più ispirati, quelli della trilogia berlinese, e d’altra parte quella che porta avanti la sua inarrestabile capacità di stare al passo con i tempi  e di giocare con le nuove correnti stilistiche.

A pensarci ora, di certo il discorso non cambia, perché in queste sette ultime tracce c’è davvero dentro un concentrato di stile e qualità brillanti che richiamano sia il “vecchio” che il “nuovo” ma emotivamente parlando tutto appare sotto una luce diversa. Tutto sembra essere più definito. Così, quello che aveva già alte probabilità di essere uno dei dischi più notevoli di questo nuovo anno, diventa anche il disco del “ritorno al futuro”. Che mi rendo conto possa suonare strano definirlo così ma mi piace credere che questa sia l’ultima opera di un uomo che è stato più volte in epoche diverse dalla propria e a cui ha saputo dare ogni volta, sia furbescamente che genialmente, grandi contributi. ★ nei suoi 40 minuti circa di musica ci ricorda tutto questo.

“Tutto questo” prende vita grazie a più fasi di realizzazione che Bowie ha seguito personalmente, affiancandosi lo storico amico e collaboratore Tony Visconti e un gruppo di musicisti non indifferente, partendo da figure storiche nella sua carriera come Earl Slick e Gail Ann Dorsey e una crew di jazzisti newyorkesi per ridefinire questa nuova chiave sperimentale. Ma non fatevi ingannare dalle apparenze, questo disco rimane un lavoro basato sull’art-rock dove vi si trova dentro di tutto, dal jazz, al soul, al funk sperimentale, all’electro. Ce n’è per tutti insomma.

La title-track nei suoi intensi dieci minuti non tarda a confermare quanto appena detto con un insieme di diverse composizioni pronte a cambiare ripetutamente la carica emotiva che è sempre in crescendo durante tutta la durata del brano. Passa dal jazz al rock all’acid house con eleganza creando con queste gotiche atmosfere trame sonore vicine a quelle dei Radiohead di Kid A. Proprio come ‘Tis a Pity She Was a Whore, pezzo già pubblicato nel 2014 come b-side di Sue (Or in a Season of Crime), dove il gruppo di musicisti jazz ha, come nel brano precedente, un ruolo fondamentale dando vita a una trama rock incalzante ricco di elementi sonori – spiccano tra essi i fiati – in contrasto tra loro. Si rallenta con la raffinata ballad Lazarus, brano tratto dall’omonimo musical firmato dallo stesso Bowie e da Enda Walsh. Forse il pezzo che più di tutti ora sembra definire i contorni di quanto accaduto. Basti pensare al suo video dove vediamo Bowie in una stanza d’ospedale, fragile, imprigionato in quel letto proprio come il personaggio biblico a cui fa riferimento. E lo so che lo avete pensato anche voi quanto sarebbe bello se potesse accadere al Duca Bianco lo stesso destino di Lazzaro. Siamo dei pazzi. Disperati e pazzi.

La seconda parte del disco si presenta più lineare, dedicando più spazio al cantato come in Girl Loves Me e nella malinconica Dollar Days in cui è presente un grande assolo di saxofono. Si chiude con I Can’t Give Everything Away in cui viene eseguito un lavoro orchestrale magistrale con una delle melodie più accattivanti del disco: un pop blueseggiante/elettronico che sfocia in un finale intricatissimo, riuscendo a mantenere fino alla fine del disco un livello davvero alto.

È assurdo pensare che questo sia il lavoro di una persona che combatteva da 18 mesi contro il cancro. E per quanto ora possa suonare scontato, proprio non si può non considerare questo disco senza il triste presente e, a questo punto, anche tutta una condizione precedente che ha per forza di cose dato un’impronta all’intero percorso del disco. Se per noi la botta è arrivata tutto d’un colpo, sconvolgendo non poco le nostre banali esistenze, Bowie era più che consapevole di ciò che stava facendo. Ed è proprio in questo che risiede la grandezza di questo artista e del suo ultimo disco, nella capacità di aver avuto voglia di raccontare e ricordare se stesso, chiudendo un circolo perfetto, dando però allo stesso tempo importanza anche alla voglia di continua crescita ed evoluzione, mettendosi ancora una volta alla prova, come chi sa che a un certo punto non importa se c’è un limite di tempo massimo, a un certo punto, si va oltre.

Grazie di tutto, Duca Bianco.