Burgermania_9 – King Tuff

Dopo un tempo infinito torno con un articolo burgermaniaco, forse sarà l’influsso dell’estate. Forse del mojito. Comunque sia oggi vi parlo di Kyle Thomas, la mente – a tratti geniale, a tratti demenziale – che sta dietro il progetto King Tuff esempio se ce n’è uno del burgerismo più cazzone ed irresistibile. La storia di Kyle Thomas è oltremodo complessa, un po’ come tutte quelle di cui ho scritto prima eh, ma per i motivi esattamente opposti. Non la chiamerei una storia di successo, ma un insieme di cose che sono accadute un po’ per caso un po’ forse no e che lo hanno portato ad essere uno dei nomi di riferimento della scena garage americana e non solo.

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Thomas nasce nella città di Brattleboro nel Vermont, crescendo in una famiglia caratterizzata da una forte passione musicale. Suo padre era un grande fan della musica ed il piccolo Kyle è venuto su ascoltando i dischi di papà. Prima dei 7 anni si cimenta con batteria e tastiera; poi però il suo genitore preferito gli regala una Fender Stratocaster che gli fa da fonte di ispirazione e cambia tutto. Una volta finito il liceo, titubante sul futuro e sulla strada da prendere, manifesta il desiderio di scrivere canzoni e suonare in una band. Il primo gruppo di cui fa parte sono i Feathers, coi quali si dà al freak-folk (sic!) e che ok, fa ridere già detta così, ma gli serve per cominciare a farsi conoscere in giro. Il nome King Tuff è già in uso a quel tempo, frutto di un gioco di parole con le iniziali del suo nome e piccola spia dello spirito autoreferenziale e debosciato che lo accompagnerà negli anni. Kyle entra ed esce dal personaggio più volte, un po’ perché non riesce a focalizzare al meglio cosa farsene di quel moniker affascinante ma ancora inconsistente, un po’ perché sempre preso da altri progetti. Tra cui spiccano i Witch, gruppo stoner-rock (come si può notare ci stiamo avvicinando alla sua vera natura) fondato nel 2005 con J Mascis e Dave Sweetapple e di cui fanno parte anche Graham Clise e Antoine Guerlain, quest’ultimo solo nei live.

Il 2006 è l’anno in cui King Tuff torna se stesso e fa uscire un CD autoprodotto distribuito in circa 100 copie dalla Spirit Of Orr Records ed intitolato Mindblow. Non si può parlare di vero e proprio esordio ufficiale vuoi per la scarsa quantità prodotta vuoi perché in fondo si tratta di versioni provvisorie di brani composti fino ad allora e che verranno rilasciati in forma definitiva solo due anni dopo. Tutto ciò concorre a far sì che di questo primo sforzo del buon Kyle Thomas praticamente non si accorga nessuno. La gente se ne puppa la fava e lui, colpito nell’orgoglio, non si fa nessuna pubblicità ed anzi nei mesi successivi si dedica con forza ai suoi altri progetti tra cui ci sono anche gli Happy Birthday con Chris Weisman e Ruth Garbus. Abbiamo già accennato al fatto che dietro la maschera scanzonata del tudofado che se ne frega si cela un uomo assai sicuro delle proprie capacità. Per questo motivo, nel 2008 Thomas ci riprova con Was Dead il suo reale debutto a nome King Tuff, originariamente pubblicato via The Colonel Records, la sorella minore della Tee Pee Records. Al tempo ne vennero stampate pochissime copie (di nuovo) ma negli anni si è creato un culto tale attorno a questo disco che nel 2013 la Burger Records lo ripubblica in un’edizione deluxe, creando un sodalizio indissolubile col songwriter del Vermont. Quella ristampa arriva all’8° posto della Billboard’s Heatseeker, mica cazzi.

Was Dead è quello che potremmo definire un esordio qualitativamente grandioso. C’è voluto parecchio tempo perché pubblico e critica si accorgessero della sua esistenza ma a qualche anno di distanza ne possiamo parlare come il lavoro più importante della carriera di Thomas come cantante e autore. Ci sono tutti gli ingredienti tipici del garage lo-fi, l’elogio della pigrizia, l’estate indolente senza fine. I testi sono molto ispirati, le melodie accattivanti ed orecchiabili; chitarre ovviamente fuzzate a dovere che asservono il volere del King in assoli fantascientifici. Accanto ad un mood spesso annebbiato – come nel nonsense favoloso di Sun Medallion – vi sono momenti dolci e personali come in Just Strut – sicuramente una delle migliori insieme alla vagamente lennoniana A Pretty Dress – ed in Connection. Al di là di Stone Fox il ritmo è sempre sostenuto, e gli episodi di scemenza tipo in Freak When I’m Dead, dove Thomas parla dell’essere seppelliti con tutti i suoi anelli e vestiti preferiti (“Everything with patches and everything with holes”), si sposano alla perfezione con quelli più accessibili (Animal) e intimi (Kind Of A Guy) creando quella sensazione a metà tra una festa ed una pennichella accidiosa. Merito va dato anche a Magic Jake (basso) e Garett Goddard (batteria) che da Dancing On You alla gloriosa conclusione di So Desperate lo accompagnano nel suo viaggio molto trippy.

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Arrivati a questo punto non può mancare il classico trasferimento a Los Angeles, ché nessuno che conti davvero nel mondo burgermaniaco può vivere lontano dalla California. Nel frattempo King Tuff torna Kyle Thomas per andare in tour con gli Hunx And His Punx ed i suoi Witch, per incidere il primo album con gli Happy Birthday nel 2010 e per pubblicare nel 2011 un singolo split con gli Hex Dispenser. Il 2012 inizia con due EP, Wild Desire e Screaming Skull, che fanno da preludio all’attesissimo sophomore omonimo. Potremmo dire che se era davvero morto ora King Tuff risorge dall’oltretomba firmando un bel contrattino con la Sub Pop Records (chiamalo scemo) e facendosi produrre dal burger-guru Bobby Harlow (The Go, Conspiracy Of Owls). Pubblicato il 29 maggio arriva al 2° posto della classifica di CMJ spodestando un certo Jack White ed il suo Blunderbuss. D’altronde proprio in quell’anno dice: “Non ho mai considerato questo come un lavoro serio fino a due anni fa, quando ho deciso di impegnarmi realmente. È stata una lunga e lenta pratica”.

Più luminoso e solare del precedente, King Tuff risente degli effetti benefici della West Coast. Thomas allarga lo spettro del sound mischiando il rock degli anni ’50, il pop dei ’60 ed in parte il glam dei ’70. Al netto della sua solita voce peculiare come poche, le melodie si fanno ancora più orecchiabili, a cominciare da Anthem titolo quanto mai azzeccato per una partenza che dà l’esatta dimensione del disco, sia nei testi che nelle musiche, rimandando alle sue primissime cose, quelle più grezze ed ispirate. Se nel boogie mid-tempo di Keep On Movin’ ci dice che la sua chitarra sbava e si chiama Jazijoo (ehm…), in Baby Just Break pare tornare ai tempi del folk scemo. Il power-pop schitarratissimo di Bad Thing è la cosa migliore e picchia sicuramente parecchio duro, ma in generale il nostro fa meno lo spaccone per rivelarsi più vulnerabile ed umano. Ciò fa sì che al di là di un paio di momenti down – Unusual World ed Evergreen sono un po’ anonime – lo standard siano canzoni come Stranger (glam alla T-Rex) che definiscono un disco più completo e messo a fuoco, un’estate davvero piena e totale.

Ora che fa sul serio non è che i suoi lavori escano proprio a raffica, ma il terzo LP Black Moon Spell vede la luce solo due anni dopo il secondo, il 23 settembre 2014, e per King Tuff è un evento degno di nota. Nuovamente prodotto e registrato da Harlow allo Studio B di L.A., è ovviamente pubblicato su cassetta dalla Burger e debutta la primo posto della Billboard’s Heatseeker e della CMJ College Radioplay. La premessa sta tutta nella nota di accompagnamento della Sub Pop in cui si dice che con questo album “si possono sperimentare euforia, visioni folli, sogni bagnati, attacchi di risate al contrario, confusione e disorientamento che danno luogo a danze primordiali”. Tradotto: una grossa presa per il culo all’autoreferenzialità e ancora più cazzeggio di prima. Purtroppo alcuni, pochi ok ma sempre più di uno, non colgono la sottilissima ironia e credono che Kyle Thomas prenda davvero sul serio il proprio ego quando in Madness canta “King Tuff is my name, I got madness in my brain. Pleased to meet you, I’m gonna eat you ‘cause I’m batshit insane”. I miei pochi neuroni rimasti sani invece capiscono il trick e si godono un album notevole, profondamente ispirato da Los Angeles ed in cui si sublima il rapporto con la città. Forse un po’ più dark, glam e funky garage dei precedenti, allarga ulteriormente il range includendo psych e pop.

King TuffLa cosa migliore arriva subito con la title-track, dove abbiamo niente meno che Ty Segall alla batteria. Qui il King dimostra come la scelta di saturare tutti gli elementi al massimo – voce, chitarre, controvoci, ogni cosa – renda il sound più vivido ed energico, senza rinunciare alle melodie. Spiccano molto la soffusa psichedelia di Rainbow’s Run, le schitarrate cariche di eco di Magic Mirror e il tributo (un po’ jangle a dire il vero) agli Who in Eye Of The Muse. Altrove, a dimostrazione della grande varietà di colori, si spazia dal punk acustico di I Love You Ugly al power-pop di Headbanger. E se poi qualcuno non capisce la metafora di testi della peraltro dimenticabile Black Holes In Stereo o della ben più godibile Sick Mind (“She was born with a filthy desire, more sex, more drugs, she can always get higher”) che si ascolti l’acidissima Radiation e se ne faccia una ragione. Perché Black Moon Spell sostanzialmente spacca i culi, suona peso come non mai ma allo stesso tempo esalta l’anima pop di Thomas rendendola efficace in modo chirurgico. E improvvisamente abbiamo un loser di successo.

Insomma, nuove avventure nell’hi-fi per King Tuff. Un tipo che da sempre ha giocato molto sulla sua persona e personalità e che ha avuto non poche difficoltà ad emergere come merita. Ma che nel tempo si è fatto uno stuolo di amici che levati e che a differenza dei suoi colleghi neo-psych/garage/indie che fanno dell’inarrivabilità un po’ un vanto lui è sempre rimasto accessibile ai devotissimi fan che si è creato negli anni, non pretendendo che siano loro a cercare di raggiungerlo ma andando lui stesso nei loro territori, unendoli, mischiandoli ma sempre con poca voglia. Con lo scazzo tipico di chi nasce Re. Quindi, come direbbe uno molto più saggio di me: all hail to the King Tuff!