Burgermania_8 – Billy Changer

Ed ecco che in un attimo siamo arrivati all’ottavo appuntamento del ciclo Burgermaniaco. Chi l’avrebbe mai detto, assurdissimo no? Un po’ come essere Alemanno in questo momento, cioè una cosa che ci pensi e ti rendi conto che prima o poi ti doveva succedere, ma ora che è accaduto ti senti addosso una strana sensazione. La storia di questa settimana tanto per cambiare è ambientata in California, e tanto per cambiare sul personaggio in questione ci sono pochissime informazioni disponibili ma quello che c’è, compresa la sua musica, basta e avanza per farci un’idea di quanto Billy Changer sia assolutamente uno da tenere d’occhio nei prossimi tempi.

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Billy Changer sindaco subito!

Prima di tutto Billy Changer non si chiama così ma nasce Robert Cifuentes in una non meglio precisata città della San Fernando Valley, diciamo qualche anno fa, in un range che secondo me va dai 22 ai 25 e che è di una precisione che levati. In quella zona della California le comunità ispaniche e caucasiche sono le più numerose, però di lui si sa veramente poco e non ci sono nemmeno tante foto a testimonianza del suo passaggio sulla West Coast. Da fonti molto losche e poco attendibili sono venuto a sapere che il buon Rob ha sempre avuto la passione per gli strumenti della musica, probabilmente ne ascoltava tanta in casa sua, mentre durante l’adolescenza ha sviluppato una delle solite tendenze del cazzo che i ragazzini amano assecondare e che immancabilmente poi ripudiano quando cominciano a frequentare qualcosa di simile ad una ragazza. Lui era un po’ darkettone, ma già dalla fazza si capisce che non fosse proprio il bullo della scuola, eh. E’ in quel momento che insieme a due suoi amici decide di mettere su una band, il cui nome è 3 ½ e di cui, ovviamente, non si ha uno straccio di contributo né audio né video. Ma forse è meglio così, visto che viene descritto come un gruppo assai minimalista, garage e vagamente dark. Insomma, uno strazio. Intanto io continuo a pensare a cosa sia quel ½ del nome.

Si trasferisce per qualche tempo a Culver City dove per sbarcare il lunario va a lavorare in un McDonald’s entrando in contatto con quello che solitamente viene chiamato ‘McWorld’. Cioè io me lo immagino così: sfruttamento sul lavoro, cibo scadente e potenzialmente nocivo per ogni organo interno, ambiente ostile, competizione maligna coi colleghi, insomma un insieme di tutte queste cose male. La sua esperienza in quel mondo terminò quando arrivò molto vicino ad uccidersi cadendo da un tetto. Che fosse un incidente o una cosa volontaria, tanto bella quella vita non doveva certo essere. Anche la musica non basta perché il futuro Billy Changer si trova poi a dover affrontare, testuale, “problemi di ragazze e di droghe” al termine dei quali, ripulito, fa i bagagli e si trasferisce a Los Angeles. Siamo nel 2012 e lì il signor Cifuentes fa la conoscenza di Tracy Bryant, un incontro che cambierà letteralmente la sua vita. Perché Bryant ha una band che si chiama Corners e guarda caso stanno cercando un bassista. Billy che fa? Prende la sua bass-guitar a 6 corde, il suo pedale octaver – che i chitarristi usano per emulare il suono del basso, portandolo ad un’ottava inferiore, mentre al contrario i bassisti ottavizzano verso l’alto per avere note simili a quelle della chitarra, piaciuto lo spiegone? – e trasforma il tutto in un basso classico a 4 corde per suonare coi suoi nuovi amiz.

I Corners sono Tracy Bryant, Robert Cifuentes, Rick Mabery e Jeffertitti, che è il nome più awww che abbiate mai sentito, no?! Al tempo facevano principalmente surf-rock ed avevano in repertorio canzoni piuttosto solari e spiaggiose. L’arrivo di Billy Changer sposta il sound verso qualcosa di leggermente più post-punk come in Pressure, primo brano della nuova formazione a quattro, che comunque mantiene gli stessi elementi surf caratteristici di singoli come My Baby. Semplicemente ora suonano un po’ più sporchi e, passatemi il termine, tarantiniani. E’ un periodo d’oro per il nostro eroe, la vita gli sorride di nuovo e lui risponde prendendone a morsi. Si comincia ad intravedere un artista tanto enigmatico quanto eclettico; tra le altre cose fa il dj per la KXLU radio, organizza concerti al The Smell, si reinventa produttore/ingegnere del suono per un paio di band scalcinate, viene nominato studio manager alla Lolipop Records – per la quale, oltre alla Burger, i Corners hanno appena firmato – ma soprattutto si laurea in ingegneria civile alla Loyola Marymount. Mica male il nerd darkettone, che però ha questa spinta a camminare con le sue gambe che si fa sempre più sentire dentro di lui. Essere entrato in contatto con Burger e Lolipop è di sicuro un buon inizio, ma per un pischello praticamente sconosciuto a livello solista è comunque difficile strappare un contratto per un album tutto suo.

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Sì ok viva Billy ma quello sullo sfondo è Jeffertitti!

Qui si vedono gli amici, tipo Tracy Bryant che a sua volta ha voglia di mettersi in gioco senza i Corners e decide di dargli una mano. Visto che due è meglio di uno (e non solo per Sasha Grey) a maggio di quest’anno esce 2 In 1, una release rigorosamente solo su cassetta in pieno stile Burger dove Billy e Tracy, entrambi alla prima opera, si dividono lo spazio a disposizione e che va subito esaurita. Solo un mese dopo, il 14 giugno, il debutto omonimo di Billy Changer vede la luce in solitario ed in formato digitale, tramite le due etichette sopracitate. Le musiche sono state scritte nel suo appartamento con a disposizione un vecchio 4 piste, più la collaborazione di Cameron Allen, Dan Quintanilla e Nick Winfrey agli strumenti. E’ qualcosa di difficilmente definibile, scandaglia tanto il garage anni ’60 (Barbarella) quanto lo psych-pop (Band Of Brothers) e come molte cose pubblicate dalla label di Fullerton pare incastrato in una macchina del tempo settata solo sul passato, accessibile ed apprezzabile anche se ancora grezzo e spigoloso. Lo stesso Billy definisce il suo genere come ‘art punk’ o ‘mutant pop’ a seconda dei casi, ma sono 10 canzoni attraversate da un comune mood sicuramente post-punk, che dà quel tocco oscuro come nella notevole It’s Blue o nella mia preferita, la ipnoticissima Island Fever. Il disco risente di una notevole esperienza musicale e personale come fosse un compendio della sua vita fino a qui, per cui accanto ai momenti più tetri come può essere Black Angel si trovano anche sprazzi di gioiosità in Stranger Next Door, psichedelia eterea in You’re My Girl (e qui ai Tame Impala fischiano non solo le orecchie) e il country da festa in spiaggia di She Won’t Give Me Her Sweet Time, anche se dai titoli si capisce facilmente come al nostro piaccia sempre mantenere una vena di tristezza in ogni cosa che fa.

Non ricordo esattamente quando è stata la prima volta che ho sentito qualcosa di lui, suppongo fosse in una delle playlist settimanali di Reverberation Radio oppure in un episodio della BurgerTV, fatto sta che dopo un paio di ascolti mi sono subito preso bene. Saranno state le atmosfere così nostalgiche, sarà stato il suo modo composto di cantare e suonare, sarà stato che mi piace fare quello che scopre la musica che nessuno si caga, ad ogni modo sentivo il bisogno di condividere questa cosa con qualcuno. A differenza di altri artisti presentati nelle precedenti puntate del ciclo, per Robert Cifuentes il discorso va fatto quasi tutto in prospettiva, tipo una scommessa ad occhi chiusi sul suo futuro. Futuro che intanto è già partito ad ottobre con la pubblicazione del nuovo album dei Corners, di cui Billy non è solo bassista ma ormai anche produttore, mentre l’anno prossimo il suo esordio solista verrà ristampato in vinile. Perché il vinile oggi tira, va di moda, e se ho capito una cosa di Billy Changer è che sotto l’aria apparente da nerd spaesato c’è un tipo intelligente e scaltro, che non rimane mai indietro in qualcosa. Lui non lo vedi, non sai dove sia e poi magari ti ricompare all’improvviso, ed è sul pezzo molto più di te. Con un po’ di male di vivere, magari.