Burgermania_7 – Curtis Harding

Prima di Jackie Brown, persino prima di Samuel ‘Ovunque’ Jackson, insomma prima della riscoperta tarantiniana del genere, negli anni ’70 nacque la Blaxploitation: film a basso costo con attori neri, registi neri, tematiche da ghetto nero e musica funk & soul a fare da tappezzeria. Il nome è sempre stato molto criticato dalla black community di artisti che prese parte a quella stagione, nonostante le produzioni fossero piene zeppe di stereotipi e per questo a loro volta criticate dagli attivisti per i diritti civili. Le influenze di film come Sweet Sweetback’s Baadasssss Song o il celebre Shaft sono da ricercare nelle rivolte a cavallo dei 60’s ed alle battaglie di gruppi attivisti come le Pantere Nere, mentre musicalmente lo sdoganamento dei sopracitati generi, anche nella comunità bianca, fu in parte determinato proprio dall’avvento di quel genere così controverso. Ora vi chiederete, ma perché ci fai tutto ‘sto pippotto introduttivo che già non ci capiamo più una mazza? Ma carissimi miei, lo faccio perché oggi qui si parla di un fratello nero che incarna allo stesso tempo la stronzaggine degli eroi blaxploitation, il calore del vecchio soul anni settanta e la coolness moderna di chi è sotto contratto con la Burger Records. Si chiama Curtis Harding e tra dieci minuti vorrete essere tutti dei bro come lui.

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Curtis Harding nasce a Saginaw in Michigan, sua madre Dorothy è qualcosa a metà tra una cantante gospel ed un’evangelista infervorata con l’amore per Gesù, suo padre un veterano in ritiro ed esiste anche una sorella che boh. Il piccolo Curtis vive l’infanzia e la prima adolescenza totalmente on the road al seguito del carrozzone religioso che lo porta in giro per mezza America; la mamma canta, i figli suonano la tastiera e la batteria ed il padre facilmente batte le mani a tempo. Quella che a prima vista sembra una storia da Telefono Azzurro si rivelerà invece un elemento fondamentale per la sua formazione, come uomo ancor prima che come musicista. Venendo a contatto con ogni realtà americana possibile il nostro assimila culture, usi e costumi differenti ed al tempo stesso apre la sua mente di ragazzino-corista di gospel a generi di più ampio respiro come soul, R&B, rock e country. Deve essere una vita tutto sommato libera e spensierata, sempre in movimento, con la consapevolezza di non aver catene né vincoli troppo stretti da rispettare. Tuttavia ad un certo punto si rende necessario mettere le radici da qualche parte, così la Harding Family pianta le tende ad Atlanta, Georgia. Qui le cronache si fanno assai vaghe, ma direi che siamo verso la fine della sua adolescenza, intorno ai primi vent’anni o qualcosa del genere, e quella città cambierà per sempre la sua vita.

Siamo nel periodo a cavallo tra la fine dei ’90 e i primi anni ‘00, quando ad Atlanta l’unico nome che conta è quello degli Outkast ed effettivamente André 3000 e compagnia spaccano ancora i culi. Poi succedono due cose apparentemente slegate ma che scopriremo dopo avere una profonda connessione. La prima è che Curtis Harding ed una manciata di suoi amici fricchettoni lavoricchiano per la LaFace Records (quella degli Outkast) attaccando in giro volantini e facendo pubblicità illegale. Ciò, non si sa bene come, permette loro di ottenere una sorta di mini-concerto seguito da un invito agli Stankonia Studios dove conoscono Cee Lo Green ed il suo staff. In quello studio parte una session freestyle che entusiasma il paffuto futuro componente dei Gnarls Barkley, che invita Curtis ed i suoi amichetti in un altro studio, quello dove egli stesso sta registrando il suo esordio solista. Per quel disco Curtis canterà nei cori e scriverà anche un po’ di musica, cosa che si ripeterà anche con la bonus-track Grand Canyon per l’album The Lady Killer del 2010, senza contare che Cee Lo in persona lo vorrà in tour con sé. Questo già basterebbe per crearsi un background con le palle, ma c’è una seconda cosa che accade al nostro uomo nero preferito.

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Ad Atlanta c’è una scena punk/garage davvero spessa e non è difficile andare in giro per bar e locali ed assistere a concerti che ti fanno capire che oltre i Sex Pistols c’è molto di più. Siamo nel 2009 e Curtis Harding, dopo un anno sabbatico a Toronto passato a ritrovare la propria ispirazione musicale, è in uno dei tanti baretti di cui sopra, il 97 Estoria. Ad un certo punto la sua attenzione è attirata da un disco gospel messo dal dj di quella serata. Gospel, nemmeno ve lo sto a dire come quel sound abbia risvegliato qualcosa in Curtis, che infatti cerca il tipo per parlare con lui. Il dj altri non è che Cole Alexander dei Black Lips ed entro un giorno da quel momento i Night Sun erano belli che nati. Harding alla voce/chitarra, Alexander al basso/voce, Joe Bradley (sempre dei Black Lips) alla batteria e Danny Lee Blacwell dei Night Beats all’altra chitarra compongono un supergruppo che unisce il garage rock al soul lo-fi, per un qualcosa di difficile da definire ma di incredibile fascino. In tempo zero più di una major si interessa a loro, ma sapete cosa fa il figlio di Dorothy Harding? Visto che queste label grosse vorrebbero un controllo totale su di loro e Curtis, cazzo, lui è cresciuto in una roulotte sulla strada libero come un uccellino, bene, li manda tutti a fare in culo e tanti saluti. E’ un duro ma non è scemo e quando, grazie ai concerti coi Night Beats, conosce la gente della Burger Records e questi ultimi si offrono come etichetta lasciandogli piena libertà creativa, lui accetta al volo. Siamo a quest’anno, a febbraio esce il suo primo singolo solista Keep On Shining/Castaway a marzo partecipa al SXSW ed a maggio viene rilasciato il suo debutto assoluto: Soul Power. Boom!

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Registrato in circa due settimane ai Living Room Studios di Atlanta, con Justin McNeight ed Edward Eawls, Soul Power è innanzitutto un fottuto grande album tanto soul quanto R&B, con pennellate country e gospel, ed un attitudine generale che guarda al garage rock. Lo stesso Curtis Harding l’ha definito ‘sloppin’ soul’, come miscuglio di più cose in una sola. Ispirato dalla famiglia e dagli amici, parla di relazioni ed amore (perduto), sia in termini ottimistici come nella splendida Next Time, sia nel modo malinconico della conclusiva Cruel World, alla maniera di un vero bluesman. Dentro c’è un po’ di tutto ma i riferimenti principali sono quelli di cui non ho volutamente parlato all’inizio, gente come Marvin Gaye, Bo Diddley, gli Everly Brothers, Ronnie Dyson, Albert King e sì, scomodiamo pure James Brown e B.B. King. Melodico come nel blues di Castaway, garage come in The Drive oppure country/punk come in I Don’t Wanna Go Home – scritta con Jared Swilley dei Black Lips ed apparsa in altra versione nel loro ultimo LP Underneath The Rainbow – questo disco ha in sé l’inconfondibile marchio della modernità ma unito alla potenza dei bassi, alle percussioni marcate ed ai fiati roboanti che spesso vengono associati al sound degli anni ‘60/’70 della soul music. Pur essendo un debutto è un lavoro già molto maturo, frutto di un artista che dopo tanta esperienza può permettersi di parlare ed atteggiarsi da songwriter consumato. Nonostante ciò, lo scopo dichiarato di Harding era quello di rendere il suo esordio ascoltabile da tutti. Questo spiega i numerosi collaboratori presenti, da Randy Michael – che ha composto le musiche della poppyssima Keep On Shining – a Jason Raynolds che è scrittore e non musicista ma al quale si deve la trasformazione di Haven’s On The Other Side da pezzo indie-rock a brillante gemma tra funky-soul e disco. Su tutto però campeggia Curtis Harding con la sua Stratocaster, collante incredibilmente efficace nel gestire tante anime diverse, fuori ma anche dentro di sé. Una voce calda e nera se ce n’è una, elettrizzante (Surf) o vellutata (Freedom) a seconda delle necessità, che fa presa sulla parte più intima del nostro spirito. Tipo Willis Earl Beal se solo avesse la testa sulle spalle.

Parlare di qualcuno che ha fatto un solo album è sempre un azzardo, ma in casi come quello di Curtis Harding è fin troppo facile ammettere di stare facendo un mezzo gol a porta vuota. La qualità artistica è indiscutibilmente alta, quella umana in parte ancora da scoprire ma le premesse per avere un nuovo big boss del soul in chiave moderna ci sono tutte. Soul Power è stata la necessaria e provvidenziale svolta per la sua carriera. Nonostante le collaborazioni ed il passato nel coretto gospel, lui stesso ammette di essersi sempre considerato un artista solitario e visto che scriveva e cantava per altri, è stato poi naturale collaborare con loro. Quindi questo esordio solista è la naturale progressione di una storia nata on the road e che probabilmente lì finirà, dopo essere passato per chiese, studi di registrazione hip-hop, bar punk e collaborazioni con Yves Saint Laurent. Perché il nostro novello Shaft non è sprovveduto ma è di quelli che non dimenticano mai da dove vengono: “il gospel è ispirazione. Dalle prove dure della vita si può tirare fuori qualcosa di bellissimo. E’ la storia della gente nera d’America, ciò che ci è successo durante la schiavitù, che costituisce le fondamenta del blues, R&B, del soul e del rock”. Ora sappiamo anche noi come si chiama quell’artista che decide di rivelarsi invece che nascondersi: soul singer.