Burgermania_6 – together PANGEA

Mentre sto scrivendo questo articolo sono in uno stato mistico di post sbronza unito ad astinenza forzata da sonno, quindi non sarei potuto essere in un mood migliore per parlare della band dal nome più strano che possiate trovare nel ciclo Burgermaniaco. I together PANGEA – ok la vodka, ma si scrive proprio così, minuscolo e maiuscolo (LOL eh?!) – vengono ovviamente dalla California, si divertono molto, non si stancano mai di suonare dal vivo, fanno surf, sono dei mezzi scoppiati, si drogano con piacere e fanno della gran musica. Insomma, i nostri tipi ideali.

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Sì, LOLLL!

A Santa Clarita, dalle parti di Los Angeles, un bel giorno del 2001 William Keegan si mette in testa di usare il registratore a 4 piste che qualche zia gli ha regalato per Natale; la sua idea è di incidere delle canzoni in camera da letto e di usare il moniker Pangea come se fosse un cantante vero, tipo quando da piccoli vedevamo le serie tv sui medici e poi volevamo giocare al dottore con la figlia dei vicini di casa. O forse no. Fatto sta che quattro anni più tardi Keegan incontra Danny Bengston e, il primo alla voce/chitarra il secondo al basso, cominciano a suonare insieme. Nulla di che per carità, la solita storia di amiz che formano una band, ma a questo punto la scena si sposta al California Institute of the Arts dove nel 2009 i due fanno la conoscenza di Erik Jimenez, che suona la batteria e che come avrete capito era stato messo al mondo per completare la line-up dei neonati (di nuovo) Pangea. Il gruppo si esibisce nelle aule del campus del CalArts – a volte improvvisando concerti durante le lezioni di altri per la immaginabile felicità di tutti – ed alle feste casalinghe della Santa Clarita Valley, ma ben presto si avventura anche nei locali underground di un po’ tutta la West Coast del sud, facendosi un nome ed una solida fanbase. Ad esempio, a L.A. suonano in locali storici come The Echo ed Echoplex, il Roxy, il Troubadour.

Il loro genere è un miscuglio di garage, rock e punk con una generosissima dose di cazzeggio e voglia di divertirsi che male non fa. Quello che dà un certo valore aggiunto sono le influenze personali dei tre, con Keegan che è cresciuto ascoltando Pete Seeger, Little Wings e Microphones, tutta musica a forte tinta folk che poi confluisce nel sound dei Pangea distinguendoli almeno in parte dalla nicchia in cui sono nati. C’è da dire che i tre si fanno il mazzo suonando ovunque per farsi conoscere, così la pubblicazione (solo su cassetta) del loro esordio Jelly Jam per la Lost Sound Tapes di Seattle pare la giusta ricompensa per gli sforzi compiuti sino ad ora. E’ un debutto senz’altro energico e pieno zeppo di adolescenziale voglia di fare bordello, assolutamente derivativo ma non per questo mancante di spunti interessanti. Dall’adrenalinica Engines alla più complessa You Sleep Too Much (che ricorda un po’ gli Strokes), ci troviamo di fronte ad un tentativo fresco e un po’ naif di volersi esprimere ma senza quella pesantezza che troppo spesso accompagna le prime prove di cosiddette giovani promesse. Per cui, se da una parte Straight Dumb è un nonsense che sprizza gioia da ogni dove, dall’altra la notevole Useless si distacca leggermente dal resto, facendo emergere l’attitudine del trio alla ricerca della melodia.

Quando sei in California fai la vita da spiantato e suoni garage-punk due sono le cose che ti possono capitare: la prima è morire giovani, la seconda è essere notati dalla Burger Records, cosa che magari è anche il sogno della tua vita. Ai Pangea – che al tempo si chiamano ancora così – per fortuna è capitata la seconda e nel 2011 vede la luce Living Dummy, sophomore pubblicato sia dalla beneamata label di Fullerton sia dalla olFactory Records. La maggior parte dei brani sono stati letteralmente ispirati dall’allora donna di Keegan tale Penelope Gazin, che oltre a fare la musa per il suo boy si diletta anche nel disegno e nelle arti pittoriche. Living Dummy è un notevole passo avanti rispetto agli inizi, pur dividendosi quasi in ugual misura tra canzoni che riprendono il discorso di Jelly Jam – pezzi tipo No Feelin’, Summertime e Too Drunk To Cum (che vince il premio mondiale titolo epico) – ed altre che invece spostano l’asticella un po’ più su, come Make Me Feel Weird e la sua micidiale linea di basso, o la meravigliosa Night Of The Living Dummy, che guarda molto ai Nirvana ed ha una melodia assai accattivante unita ad un testo quanto mai cupo. La differenza più evidente col passato sta proprio nell’inclinazione introspettiva e maggiormente oscura presa dalla band, che si riflette nella struttura di un brano come Haunted, che col suo essere lenta, sospesa in mezzo al caos e minacciosamente affascinante, a mio parere rappresenta il vero punto di svolta nella carriera musicale dei together PANGEA.

Una volta entrati nel giro Burger poi non se ne esce, così a seguito della pubblicazione di Living Dummy la band si trova a suonare con gente tipo Ty Segall, Mikal Cronin, Wavves, Black Lips ed i loro amicissimi FIDLAR. Partecipano al SXSW di Austin e si imbarcano nel loro primo tour a livello nazionale, il Burger Caravan Of Stars del 2012, che li vede esibirsi con Gap Dream, Cosmonauts, The Resonars e Curtis Harding, nomi che a questo punto dovrebbero far più che pizzicare il vostro senso di ragno. Nello stesso anno esce l’EP Killer Dreams, che segue il solco tracciato dagli ultimi lavori, mentre il 2013 è l’anno decisivo per il gruppo californiano. Firmano infatti niente meno che per la Harvest Records – sussidiaria della ben più nota e famigerata Capitol – arrivando finalmente a poter registrare per un’etichetta con le contropalle. La prima cosa che fanno è cambiare il proprio nome in together PANGEA al fine di evitare una pesante disputa legale, la seconda è pubblicare un singolo ad agosto, Snakedog, mentre per il 2014 è schedulato il terzo album, indicato da MTV come uno dei dischi indie più attesi. In effetti a gennaio esce Badillac ed è una totale rivoluzione. In meglio, s’intende.

Registrato col loro produttore di sempre, Andrew Schubert, in più sessioni molto intense nel suo Tarzana Studio, Badillac è stato scritto da Keegan e Bengston mentre le relazioni di entrambi con le rispettive tipe storiche stavano terminando, anche se la Gazin ha fatto ancora in tempo a disegnare la splendida cover dell’album. E’ perciò un lavoro intriso anche di dolore e pessimismo, nato da un ammontare iniziale di circa 30 canzoni, metà delle quali suonava come il loro ultimo disco. Da qui l’idea elementare ma nemmeno così frequente di non fare lo stesso album due volte, provando a suonare qualcosa di diverso: brani più malinconici, più ‘pesanti’, ancora più oscuri. Due cose da notare. La prima è che in studio i together PANGEA sono stati coadiuvati dalla seconda chitarra di Cory Hanson, storico loro collaboratore e membro della band pop W-H-I-T-E; la seconda è la totale libertà creativa che la Harvest ha lasciato loro, cosa per nulla facile da ottenere. Per il resto è un album sinceramente notevolissimo, ancora di più se paragonato a quanto fatto fino ad allora. Ispirato tanto dal rock anni ’90 (Nirvana, i primi Pumpkins e Weezer) quanto dal folk dei 70’s, melodicamente si pone da qualche parte tra l’attitudine punk della West Coast ed artisti più pop come King Tuff e No Bunny.

Già dall’iniziale Alive si nota la grande differenza di produzione, dove i suoni sono sì ancora rumorosissimi e punk ma puliti e precisi come mai prima d’ora. In alcuni episodi, come Make Myself True, l’atmosfera è quella da pogo duro: immaginate di prendere i Royal Blood e di lasciarli a digiuno per una settimana ed avrete l’esatta sensazione di come suona la band in questo disco. La voce di Keegan ha un peso enorme su questo lavoro, tanto acida e tirata nei pezzi più sostenuti quanto folk in ballad come la title-track Badillac, dove l’armonica finale è un nemmeno troppo celato omaggio a Neil Young. I together PANGEA sono assolutamente più maturi ed in controllo, suonano meglio, trovano le melodie, hanno una ritmica più studiata e di ottima resa. La cosa interessante è notare come spingano tutte le loro caratteristiche naturali al massimo (ascoltare River per credere) solo per vedere cosa succede a farlo, e così realizzano qualcosa che li porta fuori dalla marginalità in cui bene o male sono rimasti sino ad ora. Dalla vagamente morriconiana Offer al garage SoCal di Depress, dalla potente Cat Man a No Way Out, che spazia tra Smashing Pumpkins e Nirvana, c’è la solita rabbia di sempre, ma ora ben calibrata, meno dispersiva e più focalizzata sull’effetto voluto. Infine se Sick Shit, oltre a vincere a mani basse perché parla di disfunzioni erettili post-sbornia, è l’immancabile song con la parola ‘sick’ nel titolo, When The Night Ends è un brano spessissimo, che ha addirittura un groove alla Arctic Monkeys ultimo modello su cui poi si innesta il loro sound graffiante e cattivo.

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Everlasting sickness

C’è una gosth track finale in Badillac messa lì quasi per nasconderla ma che ha un testo piuttosto rivelatore di quello che è il rapporto tra i together PANGEA e la loro Los Angeles. “Drop dead, drop dead town, she ain’t so pretty when the shit goes down”. E di merda questa incredibile band deve averne ingoiata molta, incastrata come molte altre in quella categorizzazione a tutti i costi che l’ha sempre definita come garage-punk ma che Keegan, Bengston e Jimenez hanno costantemente rifiutato con tutte le loro forze. Bene, con questo LP hanno dimostrato di non essere quello che la gente, fan della prima ora compresi, voleva che fossero. Alla domanda del perché abbiano voluto cambiare così tanto, i tre hanno risposto che no, loro sono sempre gli stessi ma che semplicemente avevano voglia di esplorare altre cose per migliorarsi, e che la nuova etichetta non c’entra nulla. C’è da credergli? Intanto, hanno passato l’estate in un estenuante tour negli USA con i Mozes ed i Firstborn, come hanno fatto da quando sono nati. Girare, farsi il culo e suonare ai concerti, assorbire quanto più possibile per poi tornare in studio a registrare bevendosene un paio. Se c’è una fottuta via giusta da seguire nel mondo della musica, be’ è proprio quella di una band in cui io e tutti voi dovremmo credere incondizionatamente. Amen.