Burgermania_5 – The Growlers

Questa è una storia che tutti dovrebbero già conoscere. Parla di musica, surf, spiagge, la California dei tudifadi, le droghe e di fare cose matte. Nel quinto appuntamento del ciclo Burgermaniaco che così tanto piace a grandi e piccini si parla di una band con ormai 8 anni di carriera alle spalle, partita dalla stessa Costa Mesa dei Tomorrows Tulips di Alex Knost ma arrivata molto più in là, per poi rifluire nel vostro pc sul cui schermo stanno per brillare due parole su tutte: The Growlers.

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Ho mentito, in realtà tutto comincia tra Dana Point e Long Beach, dove Brooks Nielsen (voce) e Matt Taylor (chitarra) si incontrano nel lontano 2006 decidendo di mettere su una specie di band, visto che il loro stile di vita è sostanzialmente lo stesso: fare surf, vivere la vita di strada, sperimentare tanto nella musica quanto nelle sostanze che la nonna dice no. Insomma, separati alla nascita. Hanno entrambi dei lavori dignitosi, ma vogliono diventare musicisti professionisti, fare dischi, andare in tour e cose così. Si spostano poi rapidamente a Costa Mesa e da qui la piccola bugia di iniziale. Negli anni la band cambierà diversi elementi ma Nielsen e Taylor rimarranno sempre il nucleo fondamentale dei The Growlers mischiando da subito il garage tipico della California con la neo-psychedelia, il country alternativo col surf rock, per qualcosa che loro stessi amano definire ‘Beach Goth’, ossia l’unione del sound della SoCal dei tardi anni ’60 con la psichedelia a 360°, quella più oscura e marcia. Con queste premesse, a tre anni dalla loro nascita, nel 2009 sono pronti al debutto ed Are You In Or Out? esce via Everloving Records facendo conoscere il gruppo al pubblico non solo californiano ma di tutti gli States.

E’ un gran bell’esordio, che presenta praticamente tutte le suddette caratteristiche in quasi 50 minuti di brani che oscillano tra alt-country e rock psych, con un massiccio uso di effetti e riverberi sia sulla voce che negli strumenti. In ciò ricordano molto altre band già presentate qui come Night Beats e Cosmonauts, ma a differenza di questi – oltre a venire prima, di fatto anticipando il loro stesso sound – c’è una vena ancora maggiore di cazzeggio e di sapore di strada, qualcosa che si potrebbe definire zingaresco, gipsy appunto. Da Red Tide a Barnacle Beat passando per Wet Dreams ed Empty Bones è notevole la varietà messa in mostra da un gruppo che in fin dei conti è solo all’esordio, che non disdegna testi introspettivi ed influenze europee (Morricone, come qualcosa dei Clash) accanto a riferimenti più ammerigani come Ricky Nelson e lo stesso Dylan. Fatto sta che gli inizi sono tutto un fomento creativo, tant’è vero che solo 12 mesi più tardi, ossia nel 2010, esce un EP intitolato Hot Tropics, dove i Growlers si presentano leggermente più rilassati ma pur sempre ubriachi fradici del loro sound, che Alex Knost dei Tulips prontamente definisce ‘corrotto’ non andando affatto lontano dalla verità.

La band che oltre a Nielsen e Taylor vede al basso Patrick Palomo, alle tastiere Kyle Straka e Scott Montoya alla batteria – in aggiunta ai vari Brian Stewart, Warren Thomas, Clark Davison e Miles Patterson che si alternano nella line-up in diversi momenti – nel 2011 partecipando al Rock In Rio comincia a dare un peso consistente alla sua notevolissima attività live, che negli anni porterà il gruppo a suonare con califfi del calibro di Black Keys, Julian Casablancas e Devendra Banhart. In questo modo, oltre a maturare una consistente esperienza sul campo, riescono a farsi anche un certo nome nei circuiti indipendenti americani e parallelamente tirano su uno zoccolo duro di fan che non farà altro che crescere col tempo. Nel 2012 la loro fama è già così diffusa che all’Observatory di Santa Ana in California organizzano e prendono parte al primo Beach Goth Party dove, sotto la supervisione della Burger Records e facendo da headliner di ogni serata, si alternano sul palco con band neo-psichedeliche e surf-rock, tra costumi carnevaleschi alcol e sigarette con tabacco impoverito. Facendo il giochino del who’s who, ci sono nomi come together PANGEA, Cosmonauts, Tomorrows Tulips, Audacity e Sam Flex, ossia artisti di cui ho già scritto o di cui scriverò molto presto. Cioè, La Family.

Quello stesso anno i The Growlers prendono baracca e burattini e per dieci giorni, nel mezzo delle registrazioni del loro nuovo album, si trasferiscono a Nashville dove registrano con Dan Auerbach come supervisore. Pur ammettendo candidamente di non conoscere un belino dei Black Keys, l’esperienza sarà comunque enormemente importante per la band, poiché permetterà loro di entrare in una dimensione più professionale e ricercata. Lavoro che si ripercuoterà almeno in parte in Hung At Heart, secondo LP e primo distribuito anche in Europa e UK tramite FatCat Records. Quindici brani dove gli elementi meno classici e ricorrenti del gruppo vengono approfonditi ed elaborati fin quasi a trascendere gli stessi generi di partenza, sconfinando nel blues (rivisitato) alla Doors come in Salt On A Slug, nell’elettro-folk di Pet Shop Eyes o Someday, senza abbandonare il country di brani come Living In A Memory e Burden Of The Captain e nemmeno rifiutando di lasciarsi ispirare dai Black Angels in canzoni come Use Me For Your Eggs. Su tutto campeggia sempre il mood garage e DIY tanto caro ai nostri, ma è evidente che stia cominciando un processo di uscita dalla comfort zone, per non dire di maturazione artistica. Perché tutto si può dire tranne che i Growlers siano un gruppo di gente con la testa sulle spalle; per un certo tempo hanno vissuto in una sorta di casa comune di Newport Beach, facendo surf, suonando in diverse band della zona e imbucandosi alle feste più sballate. Lo stesso hanno poi fatto a Costa Mesa dove addirittura vivevano e registravano in una specie di magazzino. Così, perché a loro piace la vita sporca on the road.

Prima che finisca il 2013 i cinque – ora nella nuova formazione, col bassista Anthony Braun Perry al posto del dimissionario Palomo – riescono ancora a presiedere la seconda edizione del Beach Goth Party – dove a questo giro si esibiscono tra gli altri Cherry Glazer, The Garden e Night Beats – e a pubblicare un altro EP piuttosto spesso, quel Gilded Pleasures composto principalmente da Nielsen e Taylor con la collaborazione di un produttore loro amico, durante le pochissime pause della loro instancabile attività dal vivo. Pur essendo un mini-album è praticamente il loro lavoro migliore, intriso di un irriverente senso dell’umorismo (“Little girls don’t last forever, enjoy them while you can” cantano in Dogheart II) in liriche quanto mai chiare e pungenti che trovano compimento nei flussi lisergici della chitarra di Taylor, che mai come ora (Humdrum Blues) emana ondate di calore psichedelico con una maturità prima sconosciuta. Sono solo 9 canzoni, a volte da festa (drogata) di paese come in Ol’ Rat Face altre volte da whiskey-bar country improbabile come in Pretend I’m Gay, ma sembra quasi che i Growlers riescano a dare il meglio di sé sulla breve distanza, riuscendo a condensare le svariate facce della loro natura complessa che altrimenti rischia di diluirsi eccessivamente in spirali troppo contorte. Se poi hai nella manica un brano come Change In Your Veins allora il gioco è fin troppo facile. Ma visto che a questa band di debosciati non piace affatto vincere facile ecco che lo scorso settembre esce Chinese Fountain terzo (quinto contando i due EP) album che cambia tutto, rovescia quello che di certo ancora rimaneva e si apre ad un futuro assolutamente incerto.

Dopo che un fuoco d’artificio pazzerello distrugge completamente i loro studi di registrazione (ciao Mario, non sei più solo nel tuo mondo), i cinque fenomeni sono costretti a comporre tutto abbastanza di fretta, in 3 settimane in casa di Matt Taylor a Topanga Canyon, per poi spostarsi ai Sea Horse Sands Studio di Los Angeles dove in una settimana e mezza registrano e mixano il nuovo lavoro finalmente con un produttore come si deve, tale JP Plunier. Il risultato è qualcosa di molto più adulto e se vogliamo raffinato rispetto al passato. La band ora suona davvero bene, precisa e attenta come non mai, meno intricata e più essenziale, rispettosa dei tempi e dunque meno sprecona di idee ed energie. Musicalmente le melodie sono in gran parte positive, di grande vitalità e affermazione, con l’innesto di nuovi elementi reggae e ska da una parte – si veda ad esempio l’accoppiata Going Gets Tuff e Dull Boy – e (spacey)disco dall’altra, come nella notevole title-track in cui un riff à la Nile Rodgers sostiene un funky solo apparentemente leggero, visto che il testo con quel “The Internet is bigger than Jesus and John Lennon” oltre a ricontestualizzare il McLuhan de ‘il medium è il messaggio’ è una dura critica dei Growlers alla società moderna. Altrove le liriche sono come sempre ossessivamente auto-referenziali, impregnate di filosofia da loser, sporche, intossicate da tequila e deserto. Quello che dunque li fa uscire dal loro recinto abituale e che rende questo un disco di svolta dividendo facilmente il giudizio dei fan duri e puri è il loro avventurarsi in un sound che vada oltre il beach goth, qualcosa di più sviluppato e profondo, come se fossero finalmente pronti a lasciare il limbo (Purgatory Drive) in cui sono stati fino ad ora.

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Che qualcosa nella testa di Brooks Nielsen e Matt Taylor sia cambiato (al netto delle cellule che no, non rinasceranno mai più) si vede anche dagli ospiti del loro Party annuale, regaz come The Drums, DIIV, Foxygen, Alice Glass, La Femme e Chelsea Wolfe su tutti, un roster mai così diversificato che qualcosa vorrà pur dire. Hanno composto il più solido ed inattaccabile album della loro carriera ma continuano ad essere associati alle band neo-psych per l’uso di riverberi e delay, con loro grande disappunto. Perché si vedono e sono molto più semplici, eccentrici a loro modo ma in fondo pur sempre provenienti dal country. Nel bellissimo singolo Good Advice tra organo e chitarre Nielsen canta “There’s nothing as depressing as good advice” ed è in quel preciso momento che rivela al mondo la natura più intima dei Growlers, cinque tipi che nonostante tutto vogliono essere lasciati soli nella loro solitudine, contenti di rimanere sempre sulla strada nonostante cerchino di muoversi fuori dalla nicchia. Zingari allucinati e psichedelici per sempre, lontani dal peso e dalla responsabilità della vita di tutti i giorni. Eternamente growlers.