Burgermania_4 – Tomorrows Tulips

Oggi riprende la rassegna Burgermaniaca sugli artisti della benamata label californiana, iniziata coi Night Beats e proseguita con Habibi e Cosmonauts. A questo giro si parla dei Tomorrows Tulips da Costa Mesa, California. Perché specificare fin da subito il nome della località da cui provengono? Perché tutto è sempre connesso a tutto ed il motto della città situata tra Los Angeles e San Diego è ‘The City Of Arts!’. Che numero, eh?!

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Regaz che fanno grandi numeri

Quando si parla di fighi a Costa Mesa – che tra l’altro dista pochissimo da Fullerton, sede della Burger – tutti si riferiscono ad Alex Knost, sicuramente il protagonista principale della nostra storiella. Alex fa surf, suona e compone musica, ama le arti visuali, è biondo, vive sul Pacifico, va in skate…insomma dai, si capisce di che tipo si sta parlando. A 17 anni Alex Knost decide di mettere su una band con un suo amiz di nome Nolan, i due la chiamano The Japanese Motors. La band ha un discreto successo, pubblicano del materiale per la Vice Records e vanno in tour per il mondo a sostegno di qualche altro gruppo molto indie e, insomma, si fanno le ossa da autodidatti partendo praticamente dal nulla. Col passare del tempo però Alex si sente frustrato dal progetto e dalla musica dei Japanese Motors, non è dove vorrebbe essere, il team di lavoro non funziona – tutto troppo meccanico e senza una precisa idea del futuro – ed avverte il bisogno di cambiare aria. Come al solito sarà l’entrata in scena di una figa a dare la svolta alla situazione; Alex conosce una tipa, Christina Kee, trovando stranamente un milione di affinità con lei tipo droghe, surf e non da ultima la musica. Siamo nell’agosto 2010 e quello che doveva essere solo un rifugio dalla delusione della precedente band, grazie a Christina si trasforma in qualcosa di più. E i Tomorrows Tulips nascono proprio in quel momento.

La coppia più fattona della California del sud trascorre le giornate fumando marijuana e bevendo birra in riva al mare, aspettando l’onda giusta per uscire con la tavola da surf. Potete immaginare come tutto ciò sia fonte di grande ispirazione per i due che, quando c’è burrasca o comunque brutto tempo, si chiudono in casa a registrare musica: Alex canta e suona la chitarra, Christina è alla batteria. Queste prime incisioni casalinghe finiscono nelle mani dell’artista visuale Thomas Campbell, tra l’altro proprietario della Galaxia Records. Campbell decide di puntare forte sui neonati Tomorrows Tulips, li convince a collaborare con Mike McHugh (già al lavoro con The Black Lips e Vivian Girls tra gli altri) negli studi di quest’ultimo, chiamati The Distillery. I nostri entrano ed escono più volte dalle sessioni di registrazione, vuoi perché quando c’è il sole si surfa e non ci sono cazzi, vuoi perché in questo momento stanno prendendo tutto molto easy, così come viene. Fatto sta che nel luglio del 2011 via Galaxia esce il debutto dei Tomorrows Tulips intitolato Eternally Teenage. Più manifesto di così, si muore.

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Fattoni ma belli

E’ un esordio molto Do It Yourself e non potrebbe essere altrimenti, visti i protagonisti. Dentro si trova tutto il bagaglio musicale e non di Alex Knost, dalle esperienze pop agli interessi vagamente esoterici, passando ovviamente per il garage californiano. E’ quello che si definisce più o meno loser rock o pop da sfigati, quel misto di apatia, svogliatezza e indolenza che accompagna le atmosfere dei loro brani, l’esaltazione della controcultura del fancazzismo. Vi sono alcuni momenti notevoli, prima fra tutte la title-track, piuttosto semplice e scolastica ma evocativa come molto di questo disco. Si parla di cose semplici: fiori, felicità, amore, acconciature di capelli, amici, giovinezza e ottimismo. Il duo è chiaramente nel mezzo di una storia a 360°, che coinvolge mente corpo e spirito, con l’aggiunta del mood californiano a dare un tocco sfocato e anni ’70 al tutto. Canzoni come Hotel Nowhere, Lull, Tired o Casual Hopelessness rimandano con forza e chiarezza ad un immaginario trippy da figli dei fiori, e tinteggiano un debutto ancora non completamente concreto ma di sicuro emozionale e sognante. Mi va di segnalare ancora Untitled come altro brano veramente valido, prima di dover affrontare una delle condizioni essenziali dell’essere umano: tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine. Alex  e Christina sono destinati a separarsi.

Nelle interviste che Alex Knost ha rilasciato in seguito non è ben chiaro né quando né perché la loro relazione sia finita ma non deve essere stata una cosa breve e nemmeno troppo drastica. Perché per tutto il 2012 e parte del 2013 i Tomorrows Tulips si ‘impegnano’ a comporre e registrare le canzoni per il loro secondo album, con Christina accreditata come batterista in quasi tutti i pezzi. Poi però qualcosa si deve essere rotto di brutta maniera se ad Alex (voce + chitarra) ed al neo acquisto Ford Archbold (basso + voce) risulta essersi aggiunto alla batteria Jamie Dutcher (Holy Shit, Sam Flax), che ha conosciuto il gruppo durante alcuni concerti tenuti insieme. Experimental Jelly viene rilasciato via Burger la scorsa estate ed è il sophomore che stabilisce una volta per tutte il posto dei Tomorrows Tulips tra le band da seguire assolutamente in futuro. E’ finalmente un album con un costrutto ben preciso, che alterna momenti solari e dreamy a episodi più oscuri ed intimi, dove si evidenzia una decisa evoluzione del sound probabilmente dovuta alla presenza di Archbold, quindi nelle ritmiche e nei cori. L’inizio è un botto, Flowers On The Wall – tra l’altro la canzone con cui li ho conosciuti io – è il lo-fi perfetto, un brano di chiaro stampo psych da spiaggia californiana, che concorre a definire il tono abbastanza surrealistico dell’intero album. Come la successiva He Quits è fortemente indebitata verso i Velvet Underground (e gli Zombies) ma non fa nulla per celarlo. Già più cupa della precedente, He Quits parla di un tipo che crescendo è rimasto disgustato dalla vita moderna così che ora lui ‘lascia’ tutto, trascendendo verso un oceano oscuro in cui si trova anche Dream Through, un brano meno lucido e definito dei precedenti, acustico e per questo comunque leggero.

Altrove, i Tomorrows Tulips indugiano su pezzi strumentali come la riverberata e distorta Misses Hash o la più eterea Vacation mostrando rimandi alla psichedelia di Syd Barrett anche in A Waste. La seconda parte dell’album è chiaramente più evasiva anche a partire dai titoli; è però Wake Up a spezzare il mood ombroso tornando alle atmosfere di inizio album, che trovano poi il loro apice nell’enorme finale. Se Free è forse il pezzo migliore che abbiano mai composto, tre minuti che racchiudono tutta l’essenza della band ma in modo esponenzialmente migliore, Mr. Sun è la ballata acida che ci fa tenere ancora per un po’ la testa sott’acqua prima di tornare a respirare nel finale di Internal Perm. E’ il disco perfetto per un’estate lisergica senza fine, quasi 40 minuti che, per i motivi sopraelencati, vanno attraversati per intero perché qui non c’è una semplice collezione di brani ma un unico ipnotico viaggio dove le caratteristiche musicali e liriche della band vengono sublimate e portate a compimento.

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Ford + Alex + Jamie

La fine della relazione con Christine Kee non pare aver lasciato un segno immediato su Alex Knost oppure lui finge molto bene. Ciò non vuol dire che prima o poi tutto quello che ha vissuto non riemerga nella musica che comporrà. Ad ottobre è prevista la pubblicazione del terzo album dei Tomorrows Tulips, che si intitolerà When e che vedrà la formazione ormai stabilmente a tre, visto che anche Jamie Dutcher è entrato definitivamente a far parte della gang di Costa Mesa. Seguirà anche un tour in varie parti del mondo, compresa (incredibile ma vero) anche l’Italia, con più di una data. Si dice che il nuovo lavoro segnerà un’evoluzione ‘pop’ nel sound con tracce di post-punk e noise rock ma che l’attitudine in fase di registrazione rimarrà sempre DIY. Di sicuro avranno il loro peso sia la presenza ai violini dell’attuale bassista dei Pixies, Paz Lenchantin, sia la frequentazione sempre più stretta con l’artista Dominic Santos, specializzato in proiezioni visive e che pare aver curato il concept del disco. Anche da queste cose si capisce come Alex & Co. vogliano crescere, emanciparsi dalle influenze di Pavement e Velvet Underground per creare la musica che sono stati destinati a fare senza mai rinunciare all’onda perfetta quando questa si presenterà. Non si può essere giovani in eterno, ma è fottutamente bello poterci credere.