Back To The Future, Part II – Gap Dream

Nel secondo appuntamento di questa rubrica già di enorme successo, oggi parleremo di un uomo che ha sfidato la West Coast ed i suoi fottuti fricchettoni surfisti nell’unico modo possibile: portando la cultura hipster della East Coast in Ohio, sul lago Eerie, senza guadagnarci (ancora) un dollaro ma divertendosi un sacco.

Ecco a voi i Gap Dream di Gabriel Fulvimar. Cioè lui.

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Faccio brutto

Gabe Fulvimar nasce 32 anni fa ad Akron, in Ohio, la stessa città di Patrick Carney. A prima vista potrebbe essere un dettaglio insignificante, se non fosse che i due sono amici d’infanzia ed è proprio il batterista dei The Black Keys a chiamare il nostro per collaborare al primo album della band, in una cosa come un minuto di canzone. Nelle interviste con Gabe quell’episodio è meglio non menzionarlo mai: si schernisce, non ama essere ricordato per una comparsata né godere della luce riflessa da altri. Ma quell’esperienza, unita all’aver suonato periodicamente in qualche altro gruppo, serve per far nascere in lui la curiosità verso un certo tipo di musica ed una vaga sensazione di poter riuscire nell’ambiente. Tutte cose che vengono puntualmente frustrate da chi ascolta i suoi primi demo e li considera poco più che spazzatura. Intendiamoci, Fulvimar tira avanti lo stesso, lavora qua e là saltuariamente in qualche tavola calda di Cleveland – che in effetti offre qualcosa in più di Akron – un po’ di soldi in tasca per comprare i suoi dischi preferiti li ha; d’altra parte avrebbe voglia di mollare tutto e andare via dall’Ohio, dove quasi tutti lo considerano un buono a nulla, le sue ambizioni sono avvilite e i commessi del K-Mart hanno nettamente più dignità di lui.

La sua triste vita è però destinata a cambiare, altrimenti non saremmo qui a parlare di lui, e tutto avviene nell’estate del 2010 quando la sua strada si incrocia con il Burger Caravan Of All-Stars, tour itinerante organizzato dalla benemerita (e sempre amata) Burger Records, etichetta californiana che più indipendente non si può, che tra gli altri annovera artisti come Ty Segall, Black Lips e Thee Oh Sees. Un amico di Gabe, tale Greg, organizza la tappa di Cleveland e lo invita ad assistere ai concerti della serata, dove avrebbe avuto modo di ascoltare gruppi come Cosmonauts, The Pizazz e Cumstain – roba che già dal nome ti fanno scompisciare – ma soprattutto avrebbe incontrato Lee Rickard, uno dei fondatori della Burger. Questo Lee è un vero personaggio, arriva in Ohio completamente ripulito, per tutta la sera è in cerca di un po’ d’erba quando giocoforza incontra Greg e Gabe, ed i tre si fumano una canna in compagnia ascoltando, ormai tudifadi, l’ultimo gruppo in scaletta per quel giorno: i Conspiracy Of Owls. Fulvimar non ha la più pallida idea di chi siano costoro, ma Rickard è tutto eccitato, glieli vuole far conoscere ad ogni costo, sicuro che da lì in poi li avrebbe amati. A conti fatti è così, il gruppo sbalordisce letteralmente il futuro cantante dei Gap Dream che, una volta tornato a casa, comincia a pensare di voler fare musica seriamente.

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Tudofado

Circa un anno dopo – siamo nell’estate del 2011 – Gabe comincia a registrare qualcosa, ma non sa bene come farsi conoscere in giro. L’occasione si presenta nuovamente tramite la Burger Records, più precisamente grazie al loro sconfinato catalogo di musicassette – sì, la Burger rilascia musica su cassette – e ad un errore in un ordine che dà il là ad uno scambio di mail tra il cantante e la casa discografica, con il primo che molto timidamente allega qualche canzone tra un messaggio e l’altro sperando di suscitare interesse nella seconda, fino a quando dopo aver spedito Cover It Up riceve una risposta che può essere riassunta più o meno così: “daccene ancora!”. Di quel materiale ne arriverà così tanto che meno di un anno dopo, nel gennaio del 2012, l’omonimo album d’esordio dei Gap Dream – ovviamente registrato su nastro – è pronto per essere distribuito.

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Co-prodotto da Bobby Barlow dei Conspiracy Of Owls a Detroit e registrato in tre mesi, l’album viene rilasciato da Burger Records su cassetta a gennaio, in versione vinile il 17 luglio e nell’estate dello stesso anno esce anche la versione CD tramite Suicide Squeeze. Sebbene il disco mischi psichedelia, garage rock anni ’60 ed influenze krautrock, il sound che ne scaturisce è senza dubbio unico, al di fuori delle classificazioni di genere e di tempo, brillante nel riportare alla luce pop songs fuori moda con l’aiuto di un particolarissimo approccio futuristico. Se da una parte è indubbio che sia un grande tributo di Fulvimar nei confronti di quella musica che lo ha ispirato (The Byrds, The Kinks, Barrett), quello che inizialmente può apparire come un mero omaggio alla storia della musica anni ’60 e ’70, diventa un album che fa un uso intelligente delle influenze da cui ha tratto spunto, al fine di focalizzare l’attenzione sul suo caratteristico punto di vista musicale.

E’ realizzato quasi tutto al computer, tranne quando Gabe suona chitarra e tastiere. Ha un forte carattere domestico e non fa nulla per nasconderlo: nel mixaggio le parti vocali sono sensibilmente più basse di quello che dovrebbero essere, le chitarre leggermente scordate e piene di eco e riverbero. L’esempio perfetto di ciò è 58th St. Fingers, un oscuro gioiello psichedelico con un ritmo incredibilmente accattivante, guidato da una voce ipnotica e da una chitarra ronzate, che ti ritrovi a muovere il culo senza nemmeno accorgertene. Fulvimar ha l’innata capacità di scrivere grandi melodie – a tal proposito si veda alla voce Feast Of The First Morning – ed al contempo di trattare a dovere quelle di altri, come nella cover di Go Ahead dei The Squires, targata 1966. Altrove, quello che la maggior parte della gente potrebbe considerare la debolezza dell’album – ossia la devozione quasi servile verso l’estetica – diventa la sua maggior forza, soprattutto in canzoni come Greased e Scary Denis. Il manierismo vorticoso di Leather e le chitarre sinuose di My Other Man creano una pausa ristoratrice prima della conclusiva Slave che palpita e riecheggia ansiosamente e che nasconde sotto di sé una complessità strutturale ed una maturità compositiva fino a quel punto non ancora svelata. Il cantante ha descritto Gap Dream come “musica per gente che vuole relazionarsi con essa”, in un certo senso persone come lui, che provano a fuggire da una vita insoddisfacente e deprimente.

Per quanto lo riguarda la fuga ha avuto successo; una volta uscito l’album, la Burger gli ha chiesto di partecipare al SXSW e di formare una vera e propria band, nonostante la sua reticenza ad aprire il progetto Gap Dream ad altri e andare in tour. Al festival di Austin dell’anno scorso, dunque, si è formato un gruppo con Gabe, Mike Reinhart dei Feeding People che si alterna col grande Greg alla batteria, Bobby May della Burger al basso ed il saltuario ausilio di un quarto componente alla chitarra, Fletcher C. Johnson.

Nell’autunno 2012 esce anche un mini EP, Ali Baba contenente due canzoni, Generator e A Little Past Midnight. Dopo tour e cazzi vari a novembre sarà l’ora dell’attesissimo sophomore, di cui si sa già il titolo: Shine Your Light. Anticipato da una manciata di singoli, prodotto nuovamente da Bobby Harlow, il disco è stato registrato nel quartier generale della Burger in California e vede i Gap Dream aggiungere al loro repertorio un sound piuttosto anni ’80.

Dopo aver lasciato la nativa Cleveland, Fulvimar ora vive (con la sua folta chioma) a Fullerton, Ca. svegliandosi solo per suonare e registrare grande musica. Vive nei magazzini della sua casa discografica dormendo su un divano, ma almeno non deve pagare l’affitto; grosso modo ha guadagnato gli stessi soldi che avrebbe se fosse rimasto a pulire tavoli, ma non deve più farlo, ed ora tutti sono gentili con lui e lo rispettano. Assicura che per lui questo è un sogno diventato realtà: Gabriel Fulvimar dei Gap Dream è la prova che nel mondo di oggi, ‘dalle stalle alle stelle’ non significa più necessariamente diventare ricchi, ma ora è in pace con se stesso e tanto meglio per lui.