Audacity – Hyper Vessels

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Voto: 7/10

Avrei voluto scrivere degli Audacity già mesi fa, nella categoria dedicata ai Burger-amici sconosciuti. Per mancanza di tempo e di spazio ho rimandato ad oltranza ma ecco che gli spiritelli buoni che si trovano nelle sigarette simpatiche californiane mi sono venuti in aiuto. Il primo aprile scorso è uscito Hyper Vessels, il quarto album in assoluto della band di Fullerton e secondo di seguito per Suicide Squeeze Records. A tre anni da Butter Knife, Kyle Gibson (voce, chitarra), Matt Schmalfeld (voce, chitarra), Cameron Crowe (basso – e tranquilli, è solo un omonimo) e Thomas Alvarez (batteria) tornano in studio facendosi produrre dall’immancabile califfo Ty Segall. Nelle intenzioni questo è il disco che dovrebbe dirci se oltre al fumo c’è anche l’arrosto.

Da quando gli Audacity si sono messi insieme (era il 2001) sono passate diverse ere geologiche; nel frattempo si sono presi il giusto tempo per rivelarsi (nel 2009 con Power Droning) come uno dei migliori prospetti della rinascita del garage-punk nella California del sud. Una volta partiti hanno deciso di darci dentro con due LP in due anni, Mellow Cruisers e Butter, più svariati EP più o meno riusciti. Si arriva al dunque, e la scelta di lasciarsi ispirare da band come Death e Thin Lizzy, dall’aria che tira nei pressi di Los Angeles, dai 90’s del grunge ed in generale da un approccio maggiormente heavy si dimostra per lo più vincente.

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Rispetto all’ultima uscita è chiaro il ritorno a sonorità più dure, possiamo dire pesanti. Il terzetto iniziale formato dal singolo Counting The Days – un classico punk-rock con un basso molto carico e saturato – da Not Like You e da Riot Train è punk sia a livello sonoro che di attitudine. Ritmi sostenuti – in particolare la seconda ha una batteria instancabile nel picchiare forte – noise a tutta e una voce che in alcuni momenti sembrano almeno tre o quattro sono gli ingredienti di presentazione di Hyper Vessels. Il fatto è che arrivati a Riot la reiterazione della stessa formula comincia a stancare.

Ed è qui che si nota la lucidità di tutto l’apparato produttivo, perché poi si apre Umbrellas e c’è quel salto di qualità che tutti ci aspettavamo a questo giro. L’attenzione alla melodia di questo garage-pop, i synth che fanno capolino uniti a testi piuttosto ispirati (“Can you drive me outta my brain? I’ve got two rusty wheels and a broken chain”) concorrono a definire uno dei momenti migliori dell’intero album. Anche in chiave futura la direzione da seguire non potrà essere che questa.

Umbrellas, così come più avanti il power-pop di Fire o l’ariosa e weezeriana Previous Cast sanciscono il definitivo abbandono dell’attitudine lo-fi, qui decisamente un lontano ricordo, in favore di una cura per il sound e per i particolari in genere che prima mancava. Ne beneficia innanzitutto l’omogeneità dell’album, ma un risvolto importante lo ritroviamo anche per quella che potremmo definire la maturità artistica degli Audacity, che già ragazzini lo erano solo dentro ed ora nemmeno quello. Per la maturità caratteriale piena forse dovremo aspettare ancora un po’, almeno a giudicare da momenti di ironia noir come quelli della non memorabile Baseball (“People dying in the street, everyone is focusing on baseball. World’s on fire and you’re waiting for the umpire”). Ma lo sforzo c’è ed è da apprezzare.

Gran parte di quanto detto fino ad ora ci dà l’idea di un lavoro focalizzato come non mai. Ovviamente aiuta il fatto che la maggior parte delle tracce sia al solito molto breve, con l’eccezione di una manciata di canzoni che superano i tre minuti tra cui l’altro singolo di lancio Dirty Boy. Attorno ad esso è sorta la classica storiella a metà tra il divertente ed il grottesco tipica di un certo tipo di punk. Il riff principale della strofa era stato originariamente scritto per la Microsoft (forse per un gioco, forse per altro) ma venne rifiutato niente meno che da Bill Gates in persona. Ora, il fatto che l’uomo più ricco del mondo abbia perso del tempo per ascoltare questo chiassosissimo e divertente momento proto-punk mi fa spaccare e mi ricorda quanto sia bello vivere in un mondo così connesso e stravagante.

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Sul finale Hyper Vessels fa ancora a tempo a regalarci una cosa discreta, Overrated, una buona – come la viscerale e tecnicissima Awake – ed una molto buona, ossia la conclusiva Lock On The Door. Specialmente quest’ultima, col suo basso-e-batteria che mi ricorda alcuni bei momenti Pixies, rimane giocoforza nella memoria come l’emblema di una formula di successo. Trovata forse tardi ok, ma che eleva gli Audacity di oggi al di sopra di un disco a tratti pieno di forza e voglia di fare bene a tratti parecchio ignorante, però assolutamente difficile da non notare.