Arctic Monkeys Live @ Ferrara

Arctic Monkeys live @ Ferrara
Arctic Monkeys live @ Ferrara

Giovedì 11 i Vinilistici sono stati a Ferrara per l’attesissimo concerto degli Arctic Monkeys all’interno della rassegna Ferrara Sotto Le Stelle giunta alla XVII edizione.

Di seguito le recensioni definitive dell’evento. Mettetevi comodi regaz, prendetevi da bere e buona lettura.

La recesione di Aria

E’ una calda e afosa giornata di luglio.

Una delle tante nella città estense che, a un anno dal terremoto, torna a brillare con la sua manifestazione più importante lì, dove l’incanto di Piazza Castello incornicia un palco incandescente, desideroso di regalare serate mozzafiato.

Il concerto degli Arctic Monkeys, sold out già da mesi, promette molto bene.

Sono le 18.30 e ci si rende conto che Ferrara ha veramente tanta voglia di divertirsi dal fatto che in giro per la città ci sono più zainetti che biciclette.

Alle 19 aprono i cancelli e il flusso di gente che vegliava l’esterno delle mura già da molte ore prima può finalmente riempire il piazzale.

La location è effettivamente molto bella ma forse un po’ troppo piccola per le cinquemila persone che man mano arriveranno per scatenarsi insieme ai loro beniamini.

L’attesa pre-concerto diventa un vera e propria bolgia che giusto una birra o un panino riescono a rendere più piacevole visto il caldo infernale e il caro sciame di zanzare arrivato  a tenerci compagnia.

Alle 20.20 sale sul palco Miles Kane che per essere ‘solo’ la spalla che apre la serata, viene acclamato e accolto calorosamente da tutto il pubblico presente.

Proponendo alcuni brani tratti dal suo ultimo album ‘Don’t forget who you are’, uno scatenatissimo Kane scalda l’atmosfera già in pieno fervore da ore.

Da ‘Taking over’ a ‘Come closer’ si diverte e fa divertire tutto il pubblico che risponde molto bene cantando e saltando ad ogni ‘schitarrata’ del giovane amico di Alex Turner, con cui è co-fondatore del progetto The Last Shadow Puppets

Un set energico e carichissimo, il suo, che fino alle 21 ci fa saltare tutti.

Giusto il tempo di preparare il palco e alle 21.30 finalmente loro. L’attacco è quello della nuovissima ‘Do I wanna know?’ che proprio come a Glastonbury apre la serata.

Dietro la band britannica due lettere giganti fatte di lampadine: A M.  Come il nome del loro nuovo album.

Una scenografia essenziale ma perfetta che illuminando il pubblico e il castello, regala un’atmosfera davvero speciale alla piazza.

Seguono di fila ‘Brianstorm’ e ‘Dancing shoes’ suonate con una carica che fin dai primi accordi esalta i fan portandoli a saltare e a cantare a squarciagola ogni strofa.

Qualcuno dice che questa band sia un po’ troppo macchinosa sul palco, poco sciolta nelle esibizioni live.. Eppure in piazza Castello sembrano tutt’altro che impacciati!

Basti pensare ad un simpatico Alex Turner che non si è trattenuto dall’interagire col pubblico scherzando con i fan e regalandoci piccole descrizioni dei brani che suonavano.

Senza dimenticare la dedica fatta alle ‘beautiful girls’ italiane sulle note di ‘I bet you look good on the dancefloor’ .. Un po’ ruffiana? Forse. Ma se è la sensualissima voce di Alex a farla allora va bene!

Con ‘Teddy picker’ si scatena un vero e proprio delirio tra le prime file tanto che potrei giurare che non tutti poi siano effettivamente sopravvissuti.

Ferrara c’è e si sente.

Il primo set della band di Sheffield prosegue così, con una sfilza dei loro brani più famosi, tra cui, ‘Old yellow bricks’ e lì è stato davvero impossibile non voltarsi a guardare il castello e a pensare quante fosse bello illuminato da quelle luci gialle.

Concludono con un altro assaggio del nuovo album suonando ‘R u mine?’ prima di sparire apparentemente dal palco.

Il pubblico di Ferrara accorso da tutta Italia non è ancora sazio e in più mancano ancora alcuni dei loro brani a cui il pubblico è più affezionato.

Così dopo essersi fatti desiderare un po’, tornano sul palco per regalarci l’ultima parte con ‘Cornerstone’, un’emozionante ‘Mardy bum’ in versione acustica e ‘When the sun goes down’  dove i cinquemila presenti trovano ancora una volta modo di scatenarsi.

Il gran finale ovviamente non poteva che arrivare col ritorno sul palco di Miles Kane.

Ultimo brano del concerto, infatti, è ‘505’.. Un finale davvero degno di una serata che ha regalato non poche emozioni.

Alla fine possiamo dirlo: con gli Arctic Monkeys, Ferrara le stelle le ha viste davvero.

La recesione di MonkeyBoy

Trenitalia non mi ama e io non amo lei, questo lo so da tempo. Per raggiungere Ferrara mi toccano la sveglia alle 5 e tre diversi treni da prendere alla faccia dell’Alta Velocità. Quando intorno alle 13 arrivo a Bologna e scendo dal treno mi rendo conto che il clima della pianura padana dà un nuovo senso alla definizione di afa. Ferrara non è da meno, ma per arrivare al nostro albergo per forza di cose incappiamo nella piazza adiacente il Castello Estense e alla vista del palco che sta per essere ultimato ci sale una fotta tale che per un attimo potremmo essere a Copenaghen.

Alle 18:30 circa ci presentiamo ai cancelli che, dopo una mezz’oretta, vengono aperti con puntualità british e lasciano che la piazza si riempia di fan ‘arctici’ accaldati e quindi assetati, che prendono d’assalto i chioschi che vendono birre a 3 euro, niente male in effetti. La pavimentazione mette a dura prova la schiena e i culi di tutti noi, l’attesa cresce.

Alle 20:20, in leggero anticipo sul programma, arrivano sul palco Miles Kane e la sua band, gli openers della serata. Ora, aver visto poco prima il nostro Miles uscire dall’hotel antistante la piazza vestito in modo imbarazzante con un borsone da uomo(???) che farebbe impallidire Solange, di certo non giova alla sua figura di indie-rocker bello (uhm) e dannato ma quando attacca a suonare è tutta un’altra storia. Io non impazzisco per lui lo dico subito, ma dal vivo fa il suo e si merita indubbiamente la pagnotta; la band che lo accompagna è molto affiatata, la risposta del pubblico è davvero sorprendente e giurerei che qualcuno fosse lì tanto per Mr. Kane quanto per le Scimmie. In tutto esegue un set di 8 canzoni, molto tirate, che pesca dai suoi primi due album (di cui il secondo è uscito il 3 giugno scorso per Columbia). A conti fatti risulta un songwriter assai convincente anche live e soprattutto riesce nello scopo di scaldare ancora di più la folla in attesa del main event.

Nemmeno a farlo apposta, per le 21:30 si è fatto abbastanza buio da rendere il gioco di luci – che fa da intro al concerto – davvero di grande impatto visivo. Un muro sonoro un po’ distorto, due gigantesche lettere illuminate ‘AM’ e tanto fumo preannunciano l’entrata in scena dei figli di Sheffield, osannati da un pubblico ormai in delirio e voglioso di cominciare a tarantolarsi come non mai. Si comincia con Do I Wanna Know? nuovo singolo del già annunciato quinto album della band (AM appunto, in uscita il 9 settembre via Domino); la batteria quasi marziale di Mr.Helders introduce quel riff di chitarra e di basso che sembra già un classico del repertorio e prepara l’atmosfera per la successiva Brianstorm da qualche anno collocata come seconda canzone dei live con lo scopo di far scatenare e pogare il pubblico dopo un inizio così downtempo. E ci riesce benissimo. Come nella seguente Dancing Shoes, i gomiti e le ginocchia dei regaz in piazza sono a livelli da wrestling messicano, ma l’impatto visivo che si ha è mozzafiato, con 5000 persone che cantano all’unisono ogni singola parola delle canzoni e si trasformano in una specie di marea umana che mi ricorda i primi show della band al Rolling Stone di Milano anni fa. Don’t Sit Down ‘cause I’ve Moved Your Chair fa capire come siano efficaci e migliorati nelle canzoni più lente mentre l’accoppiata Teddy Picker/Crying Lightning dimostra quanto sia oramai vario il repertorio da cui Mr. Cook e soci possono attingere. Dopo una Brick By Brick piuttosto anonima (e non è che la versione in studio sia molto meglio) arriva la prima chicca della serata, ossia Evil Twin già b-side del singolo Suck It And See e già presente in qualche live; semisconosciuta ai più, viene cantata dai veri aficionados ed è comunque una bella sparata di adrenalina. E’ la volta di Old Yellow Bricks e qui mi fermo un attimo per una riflessione sulla mania tutta italiana di accompagnare le canzoni cantando il riff principale a mo’ di coro. Ok che siamo la nazione più calciofila dell’emisfero nord, ok le ‘notti magiche’ ed il popopopopopopo del 2006 ma anche basta però. Come già scritto da Aria, la ruffianata di Mr. Turner fa da preambolo a I Bet You Look Good On The Dancefloor primo singolo della band datato 2005, vero e proprio anthem indie rock che invecchia bene da dio. Qualcuno si è lamentato delle eccessive pause tra un brano e l’altro che spezzano un po’ il ritmo e fanno calare la tensione; ad inizio carriera tutti li criticavano per essere quasi delle macchinette ed eseguire la setlist senza proferire parola. Ora mettiamoci d’accordo, o parlano o non parlano; a me non dispiace affatto che Alex interagisca col pubblico e poi ditemi voi se è possibile un calo di tensione tra Do Me A Favour e Fluorescent Adolescent. Il singolone dell’anno scorso, R U Mine? chiude in maniera un po’ inaspettata la prima parte dello show e lascia rifiatare un attimo i boys & girls della piazza.

Per il ritorno sul palco due gioiellini assoluti, la semiacustica Cornerstone e la versione chitarra acustica/piano/sezione archi di Mardy Bum, una delle canzoni più amate dai fan della prima ora, già ascoltata al Pyramid Stage di Worthy Farm anche se allora l’orchestra era presente sul palco. Qui i nostri fanno più o meno volontariamente un tributo al britpop di metà anni’90, omaggiando quelli che potrebbero essere definiti i loro padri putativi, Oasis in testa. Nemmeno il tempo di riprendersi da tale meraviglia che suonano già le note di When The Sun Goes Down, con la folla che accompagna il cantato per tutta la parte introduttiva della brano per poi esplodere, provocata da Mr. Turner, durante la pausa che fa da ponte con la seconda parte. Facile immaginare che sia il delirio, giochi di luci accecanti, polmoni che bruciano e persino Mr. O’Malley che esce dal suo noto basso profilo per lasciarsi andare un attimo con tutti i fan. Per il gran finale viene richiamato on stage Miles Kane che accompagna la band in 505, a dimostrazione che AM non sono soltanto Alex e Matt ma anche Alex e Miles, amici e collaboratori di vecchia data.

A metà degli anni 2000 erano parecchie le band arrivate alla ribalta della nuova ondata indie britannica, se oggi rimangono quasi solo gli Arctic Monkeys lo si deve anche a concerti come questo. Rispetto agli esordi sono migliorati tantissimo tecnicamente, sanno gestire meglio palco e pubblico; sono sciolti, Mr. Turner e Mr. Helders a tratti istrionici e nel complesso quasi autoindulgenti anche nelle piccole, ma inevitabili, pecche che pure rimangono. Di sicuro abbiamo di fronte dei grandi professionisti capaci di suonare davanti a 90000 persone a Glasto e nemmeno un mese dopo in una piazza italiana per ‘pochi intimi’.

A fine serata a Ferrara si è scatenato un temporale – un classico di stagione – e la domanda implicita di Alex “bite the lightning and tell me how it tastes” ha avuto una risposta: “it still tastes fuckin’ good, mate!”

La scaletta della serata

Intro + Do I Wanna Know?

Brianstorm

Dancing Shoes

Don’t Sit Down ‘cause I’ve Moved Your Chair

Teddy Picker

Crying Lightning

Brick By Brick

Evil Twin

Old Yellow Bricks

She’s Thunderstorm

Pretty Visitors

I Bet You Look Good On The Dancefloor

Do Me a Favour

Suck It And See

Fluorescent Adolescent

R U Mine?

(encores)

Cornerstone

Mardy Bum

When The Sun Goes Down

505 (with Miles Kane)

 

Video: Arctic Monkeys – Do I Wanna Know? Live @ Ferrara