Arctic Monkeys – AM

AM

Voto: 9/10

Questa volta voglio partire dalla fine, perché un voto così alto ha sempre bisogno di una giustificazione più o meno immediata. Quindi: gli Arctic Monkeys sono attualmente la rock band più importante ed influente di questa sponda dell’Atlantico.

Rock. Importante. Influente.

Nel 2001 dopo l’uscita di questo album, si assistette alla nascita di tutta una serie di gruppi cosiddetti indie che, nel solco tracciato dagli Strokes – ovvero i salvatori occasionali del rock’n’roll –, invasero le classifiche di mezzo mondo. Nomi come The Libertines, Interpol, Bloc Party, Franz Ferdinand cominciarono a diventare familiari tanto a New York quanto a Londra, e l’alba di una nuova era della chitarra sembrava sul punto di sbocciare. Nel 2002 a Sheffield Alex Turner, Matt Helders, Jamie Cook e Andy Nicholson (in seguito sostituito da Nick O’Malley), quattro ragazzi con troppi brufoli e poca figa per le mani, diedero vita ad un gruppo con un nome così stupido che oh, per forza devono suonare bene. Benedetti dall’era dell’internet e del file sharing, in breve si fecero un nome ben prima di pubblicare un album. Quando nel gennaio del 2006, all’apice di questa rock renaissance, uscì Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not gli Arctic Monkeys erano già così fottutamente famosi che l’album batté il precedente record degli Oasis e divenne il più velocemente venduto nella storia delle classifiche UK, facendo tipo 360000 copie in una settimana. Sembrava fatta, l’underground aveva vinto, avevamo una mezza dozzina di gente che ci faceva venire in mente la musica dei nostri padri; diamo fuoco ai dischi degli N’Sync e andiamo oltre il Britpop che ormai è letteratura, abbiamo trovato la next generation, roba che levati.

Purtroppo la storia la conosciamo tutti, di quelle band così promettenti non se ne salvò quasi nessuna. Forse schiacciati da un peso più grande di loro, forse prematuramente innalzati a next big thing quando bastava non sopravvalutarli perché suonavano gli strumenti e gli altri no, dopo una decina di anni siamo qui a contare i cadaveri ed a constatare che l’hip hop guida la macchina più grossa da un bel pezzo. Ma quei tipi col nome scemo? Che fine hanno fatto loro? E no cazzo, quelli ci sono ancora ed esattamente sette anni e tre album dopo quel clamoroso debutto hanno pubblicato molto probabilmente il lavoro migliore della loro carriera.

Immagine
A Martini. Shaken, not stirred

AM va giustamente considerato il punto più alto della produzione degli Arctic Monkeys, la loro seconda rivoluzione dopo l’accoppiata Humbug e Suck It And See, dei quali è la sintesi perfetta. Perché attinge tanto dal suono ricercato e complesso del primo, quanto strizza l’occhio all’accessibilità ed al gusto più smaccatamente pop del secondo, rimescolando il tutto ed andando parecchio oltre. In quest’album c’è molto più di quello che non appaia a prima vista, a partire dalla copertina che sembra una trovata Lo-Fi in puro stile indie, ed invece è il disegno della forma d’onda in modulazione d’ampiezza, am appunto. Trick or treat. Il titolo stesso è minimal solo in apparenza – perché poi non si sa mai quando finisce l’essere snob ed inizia l’essenzialità – e così quando parte l’ormai famosa e celebrata Do I Wanna Know? si capisce che nulla sarà più come prima. La chitarra Vox a 12 corde di Alex Turner crea un riff della madonna, sostenuta da una sezione ritmica davvero heavy, che riesce ad incarnare totalmente l’ossessione erotica che pervade l’intera canzone. Un inizio down-tempo e tanti saluti al catchy mood. Il producer di sempre, James Ford, ha dichiarato che quando questa canzone è venuta fuori – tra gli studi Sage & Sound a Los Angeles e quelli di Rancho De Luna nel deserto californiano – è stata un po’ come una rivelazione, come se tutto il lavoro svolto fino ad allora cominciasse ad avere un senso. In realtà la spinta primaria l’aveva già data R U Mine?, uscita ormai più di un anno fa quasi per caso, ma che ha indicato alla band la strada da seguire, ossia quel modo di manipolare gli strumenti ed il sound al punto da trasformare una canzone rock in qualcosa di simile al groove di un pezzo rap o blues.

Come nei due precedenti, anche in quest’album è molto evidente l’influenza che Josh Homme ha avuto sul gruppo nel post Favourite Worst Nightmare da cinque anni a questa parte, soprattutto in pezzi come Snap Out Of It e One For The Road, che suona pesante nonostante opponga ai coretti ‘wooh wooh’ di stoneriana memoria un pizzicato che fa molto chitarra R’n’B. E’ anche il brano dove si comincia ad avere la sensazione che Turner forse non ha mai cantato così bene, rendendosi credibile anche quando scivola in un coro quasi femmineo, nonostante sia accompagnato da Helders, O’ Malley e dallo stesso Homme. AM è decisamente un album della West Coast, così come mischia il sound dei tardi anni ’90 al rock della metà degli anni ’70. E tutto questo è Arabella, cioè gli Arctic Monkeys che fanno i Black Sabbath dopo che questi hanno avuto un incidente di pugni in da la fazza con Dr. Dre in un sordido locale pieno di ubriaconi del sabato sera. Sono influenze che non sfociano mai nel citazionismo, ma vengono anzi assimilate ed elaborate con gusto e sicurezza. In quest’ottica la canzone più glam del disco e della loro carriera, I Want It All, strizza l’occhio ai T-Rex senza suonare mai diversa da qualcosa che non sia Arctic Monkeys, e questa è una dote incredibile che i quattro si portano dietro per tutti i 42 minuti di durata dell’album.

Se poi dobbiamo spendere ancora qualche parola sulle capacità compositive di Alex Turner come songwriter, No. 1 Party Anthem ce ne dà giusto l’occasione. Decisamente influenzata dalla colonna sonora che lo stesso frontman ha scritto per il film Submarine del 2011, la song è uno dei picchi massimi di AM, molto lennoniana nei testi e nel cantato così ‘universale’. Un’incredibile ballad con piano e ritornelli assolutamente british, che tradisce fin da subito le intenzioni del titolo per perdersi in un lento fluire sognante tra musica e voce. Siamo vicinissimi all’arte musicale tout court, proprio quando siamo nel bel mezzo dell’album e Mad Sounds sono i Velvet di Lou Reed, con Pete Thomas (batterista di Elvis Costello) a sostituire Helders temporaneamente infortunato. Per quella che è la qualità complessiva che i quattro ci mettono dentro – AM potrebbe essere un best of fatto di dodici inediti, eterogeneo nelle premesse ma assolutamente omogeneo nel suono finale – è anche la cosa più vicina ad un concept album che gli Arctic Monkeys abbiano mai fatto, sospeso tra una costa e l’altra degli States, senza disdegnare qualche pausa nell’ormai familiare deserto come in Fireside, che innesta un ritmo da mariachi su una grandissima linea di basso e che vede la collaborazione di Billy Ryder-Jones dei The Coral alla chitarra.

130516-01-272-Copy
This is England

AM è in ultima istanza un album che parla di sesso, desiderio, frustrazione ed isolamento, dello sballo e dell’andare su di giri, tutte cose che Why’d You Only Call Me When You’re High? racchiude in sé, con una batteria mai così hip hop (Dr. Dre, Outkast), mentre Turner srotola le sue consuete frasi chilometriche attraverso poche linee melodiche, riuscendo a trovare rime anche in mezzo ai versi, laddove songwriter meno dotati non ci pensano nemmeno. Un pezzaccio. Il finale è tutto in crescendo, da Knee Socks col suo pulsare animalesco e quei 45 secondi centrali di musica tipo che poi ti svegli tutto bagnato – e dove ritroviamo ancora una volta Josh Homme ai cori e nell’atmosfera – fino ad arrivare alla pazzesca chiusura di I Wanna Be Yours, dove i versi del poeta/cantante punk John Cooper Clarke danno vita ad un mantra quasi angosciante, che forse risponde alla domanda posta all’inizio da Do I Wanna Know?, ma in modo obliquo ed assai amaro.

Insomma, si sarà capito che da questo album in poi, gli Arctic Monkeys smettono di essere solo una band di genere e diventano artisti veri. Ogni molecola di AM trasuda talento e consapevolezza nei propri mezzi, dalla produzione raffinata, alla manipolazione degli stili più diversi, alle liriche ormai vicine alla perfezione compositiva, fino alle soluzioni musicali in senso stretto che ridefiniscono il rock moderno ad uso e consumo delle generazioni future e degli stessi Monkeys. Entrando oggi direttamente al numero uno delle classifiche inglesi, quinto LP consecutivo per la band, il disco stabilisce un nuovo record: mai nessun gruppo sotto contratto per un’etichetta indipendente è riuscito a fare altrettanto. Da qui in poi potranno andare realmente dove vorranno; spinti da quest’inesauribile forza che non permette loro di fare mai un disco uguale all’altro e dalla curiosità di sperimentare e sempre migliorarsi, alla soglia dei trent’anni concludono la trilogia americana e si trovano all’inizio della loro golden age, per nulla intimoriti di essere rimasti tra i pochissimi a fare un certo tipo di musica con successo.

Ladies & Gentlemen, gli Arctic Monkeys sono orgogliosi di presentarvi quello che fino ad ora è il loro capolavoro, l’album inglese dell’anno, AM.

Influente. Importante. Rock.