A Place To Bury Strangers – Transfixiation

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Voto: 7/10

Quello che piace fare a me, al mio socio e a molti di voi che seguono questo blog sono le famose classifiche di fine anno. Ora, diciamoci la verità, tutti noi in fondo pensiamo che la nostra personale classifica di ogni anno dovrebbe essere riconosciuta come quella universale, unica e inattaccabile. Il fatto è che ogni volta è una vera e propria responsabilità, scegliere i dieci migliori, decidere chi resta fuori e chi invece merita addirittura il podio. E’ che poi tutto questo resta negli anni. Un giorno potreste guardarvi indietro e pensare “CAVOLO, ho davvero adorato un disco di Lana Del Rey l’anno scorso?!” Io ci sono andata molto vicino nell’anno da poco andato via. In un certo senso è anche un po’ come una scommessa e gli artisti che scegliamo, a volte sono delle vere e proprie certezze della musica in generale, nel tempo e nello spazio, altre volte solo personaggi di passaggio che hanno azzeccato alla grande un anno.

Nella classifica del 2012 c’era Worship degli A Place To Bury Strangers.

All’epoca li avevo appena conosciuti, proprio col disco che poi sarebbe finito tra i miei dieci preferiti e la cosa mi aveva positivamente stupita, non essendo esattamente il genere che ascoltavo più spesso. Dopo tre anni in cui sostanzialmente non ho cambiato idea su di loro, sono tornati con il loro quarto disco Transfixiation.

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Avete presente quando vi capita di salutare amici che non vedete da tempo ed esclamare “Ehi, non sei cambiato di una virgola!“? Bene, gli A Place To Bury Strangers potrebbero essere visti proprio cosi, non solo perché riconfermano la strada del loro sound che si aggira tra la new wave, il post punk, il dark rock e tutte le sfumature più oscure e aggressive del genere che possono venirvi in mente, ma soprattutto per la scarica di adrenalina che nel giro di pochi minuti riescono a rilasciare. Anche se in effetti un cambiamento c’è stato dato che c’è una new entry nella band ed è Robi Gonzalez alla batteria.

Ma non confondiamo le cose: l’essere rimasti sulla stessa linea non significa non averla portata avanti ad espandersi e a oltrepassare confini che prima si intravedevano e basta. Supermaster, brano che apre il disco, con il suo giro di batteria ripetitivo e minimale fa da trampolino di lancio per entrare nel vivo del pezzo e del mood in generale del disco, fatto di chitarre pesanti e batterie ossessive che si caricano-esplodono-si spengono-si ricaricano. Continuamente per tutta la durata del disco. Straight è il manifesto ideale delle loro intenzioni, oltre che un messaggio ben preciso che lanciano a chi tenta a tutti i costi di tenerli stretti sotto una determinata etichetta. Loro vanno oltre, costruiscono la dimensione attraverso molteplici influenze e spunti (Joy Division su tutti) e poi dritti la attraversano, con potenza, con violenza. Con tutto quello che c’è da sopportare per arrivare al culmine ed esplodere. In Love HIgh sentiamo le stratificazioni sonore quasi sovrastare quella vocale di Ackermann per sensazioni claustrofobiche da cui è difficile uscirne. C’è tutta una serie di dichiarazioni fin dai titoli dei pezzi che, man mano si va avanti, scavano sempre più a fondo per non lasciare neanche un attimo vuoto, privo di tensione e intensità. Esempio perfetto di ciò è Deeper che con le sue distorsioni sonore è uno dei momenti più cupi dell’album e certamente il più pesante, quasi da risultare fin troppo forzato. Now It’s Over è l’unico momento che lascia respirare un po’, insieme a I’m So Clean che per essere classificata come post punk è fin troppo orecchiabile.

Non credo che gli A Place To Bury Strangers quest’anno torneranno a far parte della mia top10 finale dei dischi più belli dell’anno ma una cosa è certa: loro ci sono, picchiano forte e di sicuro non sono solo di passaggio.